Quadro storico
Quadro culturale:
Premessa
I movimenti intellettuali
Le tematiche
Abitudini stilistiche e filologiche
L'aristotelismo
Il platonismo

Quadro storico

L'Umanesimo e il Rinascimento nacquero per primi in Italia perchè qui, prima o più che altrove, si ebbero le condizioni favorevoli alla nascita dei rapporti capitalistici. Nei secoli XIV e XV l'Italia era uno dei paesi più progrediti d'Europa. Nel XIII sec. le città italiane avevano difeso vittoriosamente, nella lotta contro l'impero tedesco, la propria indipendenza (che divenne oltremodo sicura dopo la caduta della dinastia degli Hohenstaufen). Il problema stava semmai nel fatto che il territorio del paese non era ancora unito economicamente e politicamente.

Già verso la metà del XIII sec. ebbe inizio in molte città-stato repubblicane la liberazione dei contadini dalla servitù della gleba. A ciò naturalmente non corrispondeva mai un'equa distribuzione della terra ai contadini liberati: la libertà concessa era solo giuridica, non economica. Con la sola libertà "formale" essi non potevano fare altro che trasformarsi in operai salariati o in braccianti, sfruttati da artigiani arricchiti, dai maestri delle corporazioni, da mercanti-imprenditori o da altri ricchi contadini neo-proprietari o dagli stessi feudatari di prima, ma con altri metodi (ad es. la mezzadria, la rendita in denaro, ecc.).

Ecco perchè la produzione capitalistica si sviluppò precocemente in Italia. I servi della gleba si emanciparono ancor prima di essersi assicurati un qualsiasi diritto sulla terra. Naturalmente non mancarono proteste e rivolte contadine, aventi per tema la distribuzione equa delle proprietà. La più famosa delle quali fu quella di Fra Dolcino, agli inizi del '300, considerata una delle più grandi insurrezioni contadine dell'Europa occidentale di quel periodo. Queste rivolte furono sempre duramente represse: esse tuttavia contribuirono alla transizione dal feudalesimo al capitalismo.

Nel XIV sec. avvennero grandi trasformazioni nella produzione artigianale controllata dalle corporazioni. Si costatò che l'ostinazione nel mantenere la piccola produzione, i metodi e gli utensili tradizionali e la tendenza a frenare l'ulteriore progresso tecnico (che diventava fonte di concorrenza tra i singoli artigiani della medesima specializzazione), avevano trasformato le corporazioni in un ostacolo al progresso della tecnica e all'ulteriore sviluppo della produzione.

Accadde allora che singoli artigiani, per soddisfare le aumentate esigenze del mercato interno e soprattutto estero, cominciassero ad allargare la loro produzione aldilà delle rigide barriere corporative. Quelli che possedevano le botteghe più grandi commissionavano il lavoro ai piccoli artigiani, consegnando loro la materia prima o semilavorata e ricevendo il prodotto finito. In tal modo aumentava la ricchezza degli artigiani più abbienti e lo sfruttamento di quelli piccoli, ivi inclusi gli apprendisti e i garzoni. Anzi, col tempo, la qualifica di "maestro" divenne accessibile solo agli apprendisti e ai garzoni che erano imparentati colla famiglia dell'imprenditore. Gli altri garzoni e apprendisti si trasformarono in operai salariati a vita.

I contadini senza terra, i garzoni e gli apprendisti, i braccianti, i piccoli artigiani costituivano la grande maggioranza dello strato inferiore degli abitanti delle città. I piccoli artigiani, in particolare, venivano sfruttati anche dal capitale commerciale di quei mercanti che fornivano materia prima, impegnando gli artigiani a rivendere loro i prodotti finiti, rendendoseli così economicamente dipendenti. Questo processo servì da punto di partenza per la manifattura capitalistica.

Nelle fabbriche di panno (opifici) cominciarono a lavorare contadini senza specializzazione e artigiani caduti in rovina. Ogni operaio doveva svolgere una sola operazione. Tale divisione del lavoro era ignota all'artigiano della corporazione e anche al contadino (che nel periodo invernale, peraltro, svolgeva anche mansioni da artigiano). Anche nei cantieri navali di Venezia e Genova si affermò il principio della divisione del lavoro. In seguito, nei settori della metallurgia, nell'estrazione dei metalli, ecc.

Sorsero poi unioni d'imprenditori che si occupavano contemporaneamente del commercio, dell'industria e dell'attività bancaria, e che smerciavano la produzione soprattutto nei mercati esteri (cioè nei paesi dell'Europa occidentale, del Mediterraneo orientale e dell'Asia). La domanda estera contribuì, a sua volta, a sviluppare la manifattura: il lavoro cioè in un unico luogo di un gran numero di operai sotto la direzione di un capitalista. Le prime manifatture dell'Europa tardo-feudale sorsero nelle città italiane più sviluppate e in alcuni centri del commercio d'esportazione di altri Paesi (come ad es. le città delle Fiandre, dell'Olanda, ecc.).

Lo sfruttamento degli operai era notevole: la giornata lavorativa, in media, era di 14-16 ore, sotto lo stretto controllo dei sorveglianti, con salari molto bassi, coi quali spesso l'operaio doveva pagare delle multe anche per le più piccole infrazioni. La prima rivolta degli operai salariati avvenne a Firenze nel 1343: fu quella dei cardatori di lana. Poi ci fu quella dei lanaioli a Perugia nel 1371. A Siena di nuovo i cardatori e infine il grande tumulto dei Ciompi a Firenze nel 1378. Queste ed altre rivolte non ebbero effetti politici significativi, in quanto nelle città vennero conservati gli ordinamenti precedenti e i padroni mantennero il possesso dei laboratori, delle botteghe, degli opifici, mentre gli insorti, male organizzati e troppo spontaneistici, venivano generalmente travolti dalle forze militari dei poteri costituiti. I quali, anzi, proprio per questa ragione, divennero sempre più autoritari (vedi ad es. l'istituzione di signorie e principati).

E tuttavia, se i tumulti popolari non riuscirono a trasformare il capitalismo manifatturiero italiano in un sistema produttivo più equo e democratico, il frazionamento politico-economico del territorio (nel quale esso si era pur formato) ne impedì l'ulteriore sviluppo, determinandone infine la decadenza. Le città italiane, isolate fra loro economicamente, commerciavano merci di produzione propria, che finivano principalmente sui mercati esteri. Per la conquista di questi mercati le città erano sempre in concorrenza fra loro: di qui le interminabili guerre, che portavano sempre all'indebolimento delle reciproche parti. Alla fine del '400 la situazione in pratica era la seguente: a Milano i duchi della famiglia Sforza; a Venezia l'oligarchia commerciale; a Firenze i Medici; nell'Italia centrale lo Stato della chiesa e a sud il Regno di Napoli, governato dalla dinastia spagnola degli Aragona. Lo Stato della chiesa e il Meridione erano praticamente sottosviluppati: il papato, oltre ad ostacolare fortemente l'unificazione della penisola, spesso chiamava in Italia i conquistatori stranieri allo scopo di consolidare il proprio prestigio (famosa fu la rivolta a Roma di Cola di Rienzo nel 1347).

La mancanza di un unico mercato nazionale fu il motivo principale della decadenza economica dell'Italia (si pensi ad es. alla presenza delle barriere doganali, ai dazi elevati, al protezionismo reciproco degli Stati: fattori questi che facevano enormemente lievitare i prezzi delle merci). Peraltro, all'interno di ogni Stato solo la città principale poteva estendere la propria industria. L'assenza del mercato nazionale aveva prodotto notevoli contraddizioni nella gestione dell'economia: nelle manifatture si impiegavano ancora metodi di costrizione diretta insopportabili; la borghesia restava legata ai signori feudali, per cui nella campagna la manifattura si estese pochissimo (i latifondisti non avevano gli stessi interessi della borghesia e si accontentavano del rapporto di mezzadria, i cui pesi anzi venivano sempre più accentuati e scaricati sulle spalle dei contadini); l'export si riferiva soprattutto al tessile; le corporazioni continuavano ad esistere...

Fu sufficiente la scoperta dell'America, che spostò il traffico commerciale sulle coste dell'Atlantico, a far perdere all'Italia la sua importanza nel commercio mondiale e a farla ritornare al sistema feudale, rendendola di nuovo appetibile per le nazioni straniere (specie Francia e Spagna). Quando Inghilterra, Francia e altri paesi nord-europei svilupparono una loro manifattura, i prodotti tessili delle città industriali italiane non furono più concorrenziali, sia in quantità che in qualità. Successivamente altre industrie furono rovinate dalla concorrenza straniera: cantieristica, bellica, cotonifici, ecc. In sostanza solo i prodotti di lusso continuavano ad essere richiesti (seta, oreficeria, vetro veneziano, oggetti d'arte), il cui consumo ovviamente riguardava l'élite.

Il Mediterraneo perse d'importanza per le città italiane anche a causa dell'occupazione di Costantinopoli nel 1453, data a partire dalla quale i nostri mercanti, per riavere i diritti commerciali di un tempo, dovevano pagare forti tasse. L'unica via di transito per l'oriente era quella egiziana, ma qui erano i sultani arabi a detenere il monopolio del commercio.

A causa della decadenza economica, mercanti ed imprenditori cominciarono ad abbandonare l'attività commerciale e industriale, ricercando altri settori nei quali investire con profitto i propri capitali. Fu così che si svilupparono le operazioni finanziarie e usuraie (con prestiti ai proprietari terrieri, ad es.), ma anche l'acquisto di terre insieme ai titoli nobiliari da parte della borghesia cittadina. Imprenditori, mercanti e banchieri si trasformavano in proprietari terrieri che concedevano piccoli appezzamenti di terra in affitto a contadini a condizioni semi-feudali. La rendita feudale divenne la fonte principale dei loro redditi.

Nell'Italia settentrionale, man mano che si chiudevano gli opifici, una gran quantità di operai era costretta a lasciare la città e a ritornare in campagna: di qui il grande sviluppo dell'orticoltura. Il tipo dominante di affitto era la mezzadria: in base a un contratto il mezzadro doveva assumersi tutte le spese dell'azienda, apportare i miglioramenti necessari e introdurre nuove colture. iNaturalmente l proprietario poteva sempre interferire, però s'impegnava a fornire sementi, bestiame, strumenti agricoli o il denaro per comprarli. Il mezzadro doveva dare metà del raccolto al proprietario e pagare le imposte allo Stato. Purtroppo, i mezzadri, dovendo sopportare le guerre di conquista franco-spagnole e vessati da interessi usurai, divennero ben presto, pur essendo formalmente liberi, schiavi del loro padrone, per cui la fuga dalla terra veniva sempre punita col carcere. Col tempo ovviamente il padrone pretenderà, oltre alla metà del raccolto, anche altre corvées. In una situazione ancora peggiore si trovavano gli operai salariati agricoli, completamente privi di qualunque proprietà.

Il frazionamento politico rese l'Italia facile preda degli Stati vicini, Francia e Spagna, che avevano già ultimato la loro unificazione alla fine del '400 mediante forti monarchie centralizzate. Il primo a scendere fu Carlo VIII chiamato da Ludovico il Moro di Milano per combattere Ferdinando I, re spagnolo a Napoli. Carlo VIII s'insediò nel napoletano coll'intenzione di restarvi, ma Milano, Venezia, il papato, il re di Spagna e l'imperatore d'Austria riusciranno a cacciare i francesi.

La guerra naturalmente continuò ancora per molti anni: sino alla pace di Cateau-Cambresis (1559), che sancì definitivamente l'egeminia spagnola in Europa e in Italia. La Francia dovette rinunciare a ogni pretesa sull'Italia.

Durante queste guerre, l'Italia cattolica si vide impegnata anche nella Controriforma con il Concilio di Trento (1545-63): si ripristinò il Tribunale dell'inquisizione e si istituì l'Indice dei libri proibiti.

Contro gli avidi feudatari di Spagna e Francia, e contro le bande di mercenari che con i loro saccheggi devastavano il paese, insorsero le masse popolari al centro-nord con idee eretiche e riformatrici (valdesi e anabattisti), al sud, senza idee eretiche ma con uguale volontà di resistenza. Tuttavia la Spagna trionfò su tutti, continuando a rapinare e a tenere in condizione di vassallaggio gran parte dei territori italiani.

Nel corso del XVI sec. si cominciò ad avanzare l'idea dell'unificazione del paese (vedi ad es. Machiavelli e Guicciardini): un'idea che avrebbe dovuto essere realizzata ad ogni costo e con qualsiasi mezzo e soprattutto per opera di un principe risoluto e senza scrupoli. Il modello del Machiavelli era il figlio del papa Alessandro VI, Cesare Borgia, duca di Romagna, famoso per i suoi delitti.
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Quadro culturale

Premessa

Probabilmente i risultati più significativi e duraturi l'Italia li ottenne non sul terreno economico e politico, ma su quello culturale, con la nascita dell'Umanesimo e delle arti rinascimentali. L'insorgere dei rapporti capitalistici portò infatti alla formazione della scienza sperimentale, alla riscoperta e allo studio dei documenti della cultura antica (in funzione antiscolastica e antimedievale), alla fioritura dell'arte e allo sviluppo di una concezione immanente del mondo che spezzava l'egemonia intellettuale della Chiesa. Si ebbero anche la formazione di letterature nelle nuove lingue vive dell'epoca e la comparsa del teatro professionale.

Sul piano delle scienze sperimentali si ebbero grandi progressi nelle costruzioni navali, nella scienza della navigazione (impiego della bussola, delle carte geografiche, ecc.). Si sviluppò anche la medicina, la botanica, la matematica, l'astronomia, ecc. La borghesia aveva bisogno dello sviluppo delle scienze basate sull'esperienza, indispensabili alla produzione, allo smercio dei prodotti, all'aumento della produttività del lavoro.

Questa nuova concezione del mondo si espresse nel Rinascimento italiano soprattutto nelle opere dei poeti, dei pittori, degli scultori e degli architetti, che erano al servizio dei ricchi cittadini, dei signori feudali di larghe vedute e del papato.

Per "nuova concezione del mondo" s'intende quella dei ricchi abitanti di città, trasformatisi col tempo in borghesi. Con la parola "humanista" s'indicava nel XVI sec. il carattere terreno, pratico, immanente della nuova scienza e della nuova letteratura, in antitesi alla teologia e alla scolastica.

Il tratto più caratteristico dell'umanesimo era l'individualismo, nel senso che si considerava la soddisfazione delle esigenze dell'individuo un fine in sé. Spesso infatti si giustificava l'idea secondo cui il successo rende leciti i mezzi con cui lo si consegue. Da questo punto di vista le personalità che più si dovevano stimare erano quelle "emergenti" per ricchezza, cultura e potere.

Un altro tratto caratteristico era il destarsi negli umanisti di una coscienza nazionale: lo attesta non solo il bisogno di scrivere nelle lingue volgari o popolari, pur essendo essi ottimi conoscitori del latino e del greco classici, ma anche l'ideale di una forte monarchia centralizzata come organizzazione politica della nazione.

Uno dei più grandi umanisti del XIV sec., Lorenzo Valla, dimostrò che nella traduzione latina della Bibbia (VULGATA) erano stati commessi numerosi errori e che il documento sul quale i papi fondarono le loro pretese al potere temporale (la cd. Donazione di Costantino) era un falso composto nell'VIII sec.. Questo è un solo esempio, benché notevole, di come gli umanisti cominciassero a togliere alla chiesa il monopolio dell'interpretazione biblica e della tradizione cristiana.

Il difetto principale degli umanisti era che si consideravano una casta intellettuale al di sopra del popolo.
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I movimenti intellettuali

Se cominciamo col movimento intellettuale che per molti aspetti è il più caratteristico del Rinascimento, l'umanesimo, ci troviamo di fronte a discussioni e controversie riguardo alla sua durata, al suo significato e al suo valore. Tra gli storici italiani l'umanesimo fu spesso identificato con la cultura del Quattrocento e separato dal Rinascimento vero e proprio che sarebbe il Cinquecento, abitudine che è forse venuta meno negli anni recenti.

Nei paesi di lingua inglese la parola humanism che comprende ciò che in italiano viene distinto bene come umanesimo e umanismo, ha portato a una grande confusione poiché il significato vago e moralizzante dell'umanismo contemporaneo viene senz'altro applicato all'umanesimo del Rinascimento e si dimentica che l'umanesimo del Rinascimento insiste sì sui valori umani, ma persegue questi valori attraverso una cultura classica (greco-romana) e umanistica.

L'umanesimo del Rinascimento è strettamente collegato con gli studia humanitatis, schema che si distingue nettamente dalle arti liberali del Medioevo e dalle belle arti del tempo moderno e che comprende la grammatica, la retorica, la poesia, la storia e la filosofia morale. Siccome la grammatica si intendeva come lo studio della lingua e letteratura classica greca e latina, e la retorica e la poesia consistevano sia nello studio dei prosatori e poeti classici che nella pratica della composizione in prosa e in versi, ne risulta che gli studia humanitatis di cui gli umanisti furono maestri comprendevano tra l'altro la filologia classica, la letteratura (latina e anche volgare), la storiografia e la filosofia morale, ed escludevano le altre discipline che facevano pure parte dello studio e dell'insegnamento universitario nel Rinascimento come nel tardo Medioveo, cioè le altre discipline filosofiche come la logica, la filosofia naturale e la metafisica, e poi la teologia, la giurisprudenza, la medicina e le matematiche. Quindi l'umanesimo non costituisce l'insieme del sapere o del pensiero del Rinascimento, ma soltanto un settore parziale e ben definito.

Tra le discipline filosofiche, soltanto la filosofia morale fa parte degli studia humanitatis mentre le altre ne rimangono fuori. D'altra parte, gli studia humanitatis includono, all'infuori della filosofia morale, parecchi studi che non hanno niente a che fare con la filosofia nel senso stretto della parola: la filologia, la letteratura, la storia.

Tra gli umanisti alcuni dettero contributi importanti al pensiero morale, quali il Petrarca, il Salutati, il Bruni, il Valla, l'Alberti e molti altri, ma questi stessi umanisti si occupavano anche di storia, letteratura e filologia, e molti altri umanisti si occupavano di poesia, retorica, filologia o storia senza dare un contributo neanche minimo al pensiero morale o filosofico.
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Le tematiche

Bisogna notare anzitutto i temi di cui gli umanisti si occupano nei loro trattati. Sono in parte gli stessi temi che si trovano nella letteratura filosofica antica e medievale, e specialmente quella popolare: il sommo bene, la virtù e il piacere; il fato, la fortuna e il libero arbitrio; la dignità dell'uomo e la sua miseria; la nobiltà e la ricchezza e i loro rapporti con la virtù. Gli umanisti parlano del rapporto tra intelletto e volontà, e favoriscono spesso la volontà. Parlano dei doveri e dei vantaggi di varie forme di vita, e spesso fanno il paragone tra di esse. Difendono poi l'importanza dei loro studi contro i critici scolastici e teologici, o addirittura attaccano la filosofia scolastica come astrusa e inutile.

I temi e gli argomenti sono interessanti, ma non sono profondi o rigorosi secondo i criteri della filosofia antica o moderna o anche medievale. Le conclusioni sono spesso ambigue, e le tesi chiare di un Petrarca, Bruni o Valla non costituiscono un pensiero sistematico o un insieme di dottrine generalmente accettato dagli altri umanisti. Ciò che li unisce non sono determinate dottrine, ma certi atteggiamenti generali: un ideale culturale che si basa sullo studio dei classici latini e greci e che viene messo al centro degli studi e della scuola elementare e secondaria, e la convinzione che l'antichità fu superiore ai tempi più recenti e che bisognava arrivare a una rinascita delle lettere, degli studi e del pensiero.

Gli umanisti non furono contrari al cristianesimo, come lo erano alla filosofia e alla teologia scolastica; per loro la rinascita dei classici comportava anche la rinascita dei classici cristiani, cioè della Bibbia e dei Padri della Chiesa. Ma lo studio intenso della letteratura e filosofia antica portava a una secolarizzazione degli studi e della cultura.
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Abitudini stilistiche e filologiche

La quaestio e il commento vengono man mano sostituiti dal trattato e dal dialogo, dal discorso e dall'epistola, e finalmente dal saggio. La prosa elegante ciceroniana o almeno classicheggiante sostituisce il ragionamento dialettico degli scolastici, non solo nella struttura dei periodi ma anche nella terminologia, spesso con una perdita di precisione. La generalizzazione astratta cede all'opinione personale e all'esperienza individuale. Si sente poi nell'uso delle fonti e delle idee la conoscenza più vasta e più profonda dei testi classici latini e specialmente greci.

Il poema di Lucrezio, poco copiato o citato nel Medioevo, ebbe una diffusione notevole e rese nota la cosmologia atomistica di Democrito ed Epicuro. Gli scritti filosofici di Cicerone, del resto ben noti nel Medioevo, furono studiati per una conoscenza migliore delle dottrine stoiche, epicuree e accademiche. Vi fu poi una vera ondata di testi filosofici greci che furono studiati nel testo originale e tradotti in latino per la prima volta: molte opere di Platone e Proclo e dei commentatori di Aristotele, l'opera principale di Sesto Empirico, tutte le opere di Teofrasto, Epitteto, Marco Aurelio, Plotino e degli altri neoplatonici, e anche le opere popolari di Isocrate, Plutarco e Luciano, e le vite dei filosofi di Diogene Laerzio che contengono pezzi importanti di Epicuro. Anche gli scritti tradotti e studiati nel Medioevo, come Aristotele, furono ritradotti e studiati nell'originale testo greco e si prestavano quindi a interpretazioni nuove. In questo modo l'intero tesoro della filosofia antica fu reso accessibile al mondo occidentale come non lo era stato fin dall'antichità romana e forse nemmeno allora.

Grazie a quest'opera di recupero, vi furono dei tentativi seri di risuscitare in forma autentica o modificata la filosofia stoica, epicurea e scettica, di ridurre a una forma più pura le dottrine aristoteliche e neoplatoniche note anche nel medioevo, e di ragionare di tutti i problemi in una maniera eclettica che utilizzava liberamente tutte le fonti antiche (e pseudo-antiche) disponibili. Vi fu poi uno sviluppo graduale del metodo filologico e della critica testuale che portò i suoi frutti anche filosofici nell'opera di Ermolao Barbaro e del Poliziano. Abbiamo come risultato di questi sviluppi nel Quattrocento e ancor di più nel Cinquecento un fermento e una varietà delle idee scelte e ricombinate da molte fonti, che sciolgono i concetti precisi ma rigidi della tarda scolastica e che, pur non portando immediatamente a una nuova sintesi chiara e ferma, prepara l'ambiente per l'opera più precisa e duratura di Galileo e Cartesio.

Infatti troviamo l'influsso dell'umanesimo, anche fuori degli studia humanitatis, in tutti gli strati della cultura del Rinascimento. In tutti questi campi l'umanesimo fornisce il fermento, il metodo, lo stile e le fonti classiche piuttosto che il contenuto e la sostanza la quale viene data in parte dalla tradizione medievale e in parte dalle esperienze e osservazioni nuove come quelle fatte nel Mondo Nuovo.

Mentre l'umanesimo italiano, i cui inizi si possono seguire fin dal primo Trecento o perfino dall'ultimo Duecento quando i suoi collegamenti medievali, grammatici e retorici piuttosto che filosofici sono ancora visibili, ebbe la sua piena fioritura nel Quattrocento, non bisogna dimenticare che continuò attivo, specialmente nella retorica, nella poesia latina, nella storiografia e nella folologia classica attraverso tutto il Cin quecento e ancora nel primo Seicento.

D'altra parte la cultura umanistica, per quanto di origine italiana, non fu affatto limitata all'Italia. La sua diffusione, specialmente in Francia, Germania e Boemia è stata notata già nel Trecento, e nel Quattrocento cominciò a diffondersi in tutti i paesi europei.

Il Cinquecento fu poi il secolo che vide l'opera dei grandi umanisti fuori dell'Italia: Reuchlin e Erasmo, Budé, Vives e Tommaso Moro.

Vi sono differenze stilistiche e altre dovute ai vari paesi e ai tempi cambiati, ma troviamo gli stessi tratti fondamentali:

+ la profonda cultura classica (conoscenza del greco e latino clasici, della filosofia, letteratura e patrologia classiche), + il senso critico e storico, + l'eleganza letteraria, + l'eclettismo (nel senso della poliedricità delle fonti attinte), + l'interesse per i problemi morali e pedagogici ma anche politici e religiosi, + l'avversione alla scolastica, + l'indifferenza alle tradizioni professionali delle discipline universitarie.

Per quanto riguarda i rapporti Umanesimo/religione va affermato qualche volta, che la cultura umanistica non è soppressa dai movimenti religiosi del Cinquecento, e che gli umanisti come gruppo non hanno favorito un solo partito religioso, protestante o cattolico. La cultura umanistica come tale è neutrale di fronte a determinate dottrine teologiche o anche filosofiche, e il singolo umanista può scegliere le sue opinioni secondo le sue convinzioni o inclinazioni. Troviamo studiosi e letterati umanisti e uomini di cultura umanistica tra i cattolici, i protestanti e gli eretici del Cinquecento. Melantone (e forse anche Lutero), Calvino e molti gesuiti furono profondamente imbevuti della cultura umanistica del loro tempo.
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L'aristotelismo

Se l'umanesimo fu forse l'elemento più vivo e nuovo nella cultura intellettuale del Rinascimento, e specialmente nell'Italia del Tre e Quattrocento, e se il suo influsso si fece sentire man mano in tutti i settori culturali del periodo, sarebbe un errore pensare che la vita intellettuale del periodo si potesse ridurre all'umanesimo solo. In realtà vi furono parecchie tradizioni e correnti di origine e interesse diversi le quali si trovavano di fronte all'umanesimo in un rapporto di rivalità o di semplice coesistenza.

La cultura umanistica è riuscita a conquistare la scuola media, e a occupare nell'insegnamento universitario le cattedre di grammatica, retorica e poesia, di greco e spesso di filosofia morale. Ma continuava l'insegnamento universitario delle altre discipline che risaliva all'origine dell'università nei secoli XII e XIII, e la tradizione scolastica, cioè universitaria di queste materie, durante il nostro periodo non fu mai interrotta, ma soltanto modificata sotto l'influsso dell'umanesimo.

Bisogna ricordarsi di questi fatti piuttosto fondamentali, se vogliamo capire l'importanza e la vitalità dell'aristotelismo che nel pensiero del Rinascimento occupa un posto distinto dall'umanesimo. L'importanza dell'aristotelismo dipende dai nostri criteri. Se mettiamo l'accento sulla tradizione tecnica e professionale, se non universitaria, della filosofia, bisogna dire che nel Rinascimento questa tradizione viene rappresentata dall'aristotelismo, e che il contributo degli umanisti alla filosofia, per quanto interessante e influente, fu un contributo fatto da dilettanti e dall'esterno. Si è però anche notato che gli aristotelici del tardo Medioevo hanno seguito un metodo razionalistico e hanno studiato molti problemi di logica e fisica in modo tale da apparire come predecessori del libero pensiero e della scienza moderna.

La vasta letteratura aristotelica prodotta dal secolo XII fino al secolo XVII e oltre ritrova la sua origine nell'insegnamento universitario e scolastico. L'aristotelismo in Italia si distingue fin dagli inizi dall'aristotelismo negli altri paesi. Questa differenza non consiste nella scelta dei testi o nel metodo della loro spiegazione, ma nel rapporto tra la filosofia aristotelica con le altre discipline universitarie, e quindi risale a una differenza strutturale tra le università italiane e la maggior parte delle università fuori dell'Italia.

Le università fuori dell'Italia, con l'eccezione di Montpellier, si componevano di quattro facoltà, cioè teologia, giurisprudenza, medicina e filosofia (e arti), dove la teologia predomina e la filosofia serve più cha altro come preparazione alla teologia.

Le università italiane (eccetto Salerno), cominciando con Bologna, iniziarono come scuole di diritto romano e canonico alle quali furono aggregati alcuni corsi preparatori di grammatica e retorica. Nel corso del XIII secolo l'insegnamento della medicina fu stabilito a Bologna e altrove, e la medicina, insieme alla filosofia aristotelica, alla grammatica e retorica e alle matematiche venne a costituire una facoltà indipendente dalla facoltà di legge e spesso in rivalità con questa.

Le università italiane non ebbero mai una facoltà separata di teologia, e l'insegnamento teologico in Italia fu sempre limitato alle scuole degli ordini religiosi e a pochi corsi piuttosto sporadici dati all'università entro la facoltà di medicina e arti.

La conseguenza di questo sviluppo fu il carattere laico dell'aristotelismo italiano, che dal secolo XII fino al secolo XVII fu sempre collegato con lo studio e l'insegnamento della medicina e mai con quello della teologia. L'aristotelismo laico nacque anzitutto a Bologna, poi si sviluppò a Padova, infine in tutte le università italiane, ma l'università di Padova ebbe un ruolo importante nell'epoca in cui si distinse in tutti i campi, cioè nel tardo Quattrocento e nel Cinquecento dopo il 1525.

Questa scuola aristotelica, e specialmente quella italiana, fa impressione per la sua vitalità e la varietà dei suoi problemi. Basata solidamente nella sua propria tradizione, non mancava poi di legami esterni, ricevendo e impartendo influssi significativi.

Il Pomponazzi, pure essendo commentatore aristotelico, dovette agli umanisti del suo tempo la conoscenza di molti testi classici quale Platone, Plutarco e la sua dottrina filosofica si presenta stoica piuttosto che aristotelica su alcuni punti fondamentali.
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Il platonismo

Il platonismo fiorentino del Quattrocento è stato spesso interpretato come una semplice parte o appendice dell'umanesimo poiché i suoi rappresentanti avevano senz'altro una cultura umanistica, studiavano e traducevano i testi platonici e neoplatonici e cercavano, pure con altri elementi antichi, di risuscitare il platonismo antico come altri umanisti avevano o avrebbero fatto con le dottrine stoiche, scettiche e altre.

D'altro canto vi sono sufficienti motivi per considerare questo grande movimento come qualcosa di a sé stante, distinto dall'umanesimo e anche dall'aristotelismo.

A differenza dell'umanesimo, il platonismo rinascimentale aveva un profondo interesse per i problemi cosmologici e metafisici che mancava nel pensiero degli umanisti. Per quanto riguarda il suo rapporto con l'aristotelismo, il platonismo del Rinascimento è stato spesso opposto all'aristotelismo scolastico del tardo Medioevo, contrasto che si accentua con riferimento al platonismo antiaristotelico di Gemisto Pletone e dei suoi seguaci bizantini. E' stato altresì mostrato che il platonismo del Ficino come quello del Pico non fu affatto antiaristotelico, ma profondamente penetrato e influenzato dalla filosofia scolastica.

Il platonismo del Rinascimento non deriva la sua forza dalla tradizione dell'insegnamento, come l'aristotelismo che dominava l'istruzione filosofica e scientifica nelle università e nei collegi religiosi, o l'umanesimo che dominava la scuola media e le cattedre universitarie degli studia humanitatis.

L' Accademia platonica di Firenze sotto il Ficino era senz'altro un centro influente di discussione e diffusione delle dottrine platoniche, ma ebbe un'organizzazione poco stabile e durò appena un trentennio.

La forza del platonismo del Rinascimento non deriva dalla scuole. Si deve al fatto che i tre pensatori più importanti del Quattrocento, il Cusano, il Ficino e il Pico furono, se non platonici puri, fortemente imbevuti di Platonismo e che i loro scritti, come quelli di Platone stesso e dei neoplatonici, ebbero nel tardo Quattrocento e nel Cinquecento una vasta diffusione.

Ci rimane da fare un breve accenno a quei pensatori del Cinquecento che sono noti per il loro contributo originale, specialmente alla filosofia naturale, per quanto abbiano assorbito più o meno profondamente l'influsso dell'umanesimo, dell'aristotelismo o del platonismo.

La cosmologia del Cardano, del Telesio, del Patrizi e del Bruno ha il merito di aver tentato di sostituire la tradizionale cosmologia aristotelica con una costruzione nuova basata su principi nuovi.
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