Il contesto-storico-culturale
Benedetto Croce
Giovanni Gentile
GLOSSARIO

Il contesto-storico-culturale

Il neoidealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, che domina la cultura italiana nella prima metà del Novecento e che resta, nonostante qualche interesse manifestato in particolare dalla cultura anglosassone nei confronti di Croce, un fenomeno limitato al contesto italiano, si inserisce in quella reazione al positivismo manifestatasi in varie maniere in tutti i paesi europei.

Mentre il positivismo aveva di regola considerato come unica forma autentica di conoscenza la scienza basata sui fatti, il neoidealismo professato dai due filosofi italiani nega alla scienze matematico-naturali un genuino valore conoscitivo per ricondurle, con Croce, all’attività economico-utilitaria (non propriamente conoscitiva) o per subordinarle, con Gentile, al sapere filosofico. Tutta la realtà, infatti, per entrambi i capiscuola dell’idealismo italiano, è spirito: essa esiste solo in quanto si manifesta alla coscienza umana o entra in rapporto con essa. Lo spirito non può essere conosciuto secondo le forme proprie della matematica o delle scienze naturali, giacché queste non riuscirebbero a coglierne l’inesauribile produttività mai esprimibile nelle forme statiche proprie di queste scienze. Solo la filosofia, per Gentile, può cogliere la realtà spirituale nella sua concretezza, cioè nell’atto del suo farsi. D’altra parte per Croce solo la storia può conoscere la vita dello spirito così come in forme sempre nuove si manifesta nelle sue produzioni finite che si succedono nel corso del tempo.

Gli antecedenti dell’idealismo italiano novecentesco devono essere cercati, in primo luogo, in quella scuola hegeliana che nel secolo precedente si era sviluppata soprattutto a Napoli. Bertrando Spaventa ne era stato il massimo esponente. Questi aveva innanzitutto cercato di valorizzare la scuola filosofica italiana considerata come un filone autoctono, incarnatosi in figure quali Bruno, Campanella, Vico, Rosmini, Gioberti e sostanzialmente parallelo allo sviluppo della filosofia moderna che si era attuato in Germania. Egli, inoltre, a proposito di Hegel, mirava a ricondurre il movimento fondamentale della dialettica, quello che si esprime nella triade essere, non-essere, divenire, all’interno della mente cosciente di se stessa. Andavano dunque esclusi quei movimenti della dialettica che, come quelli delle pure categorie logiche o quelle della natura, sembravano verificarsi fuori dall’autocoscienza.

Croce e Gentile tentarono entrambi, sia pure in forme profondamente differenti, di semplificare, ossia di riformare l’edificio architettonico della dialettica hegeliana, riportandola all’interno della spirito, inteso come concreta consapevolezza. Ma per comprendere a fondo l’interpretazione che essi propongono dei principi filosofici dell’idealismo non si può ignorare l’apporto fondamentale che ad essi venne dallo studio del marxismo. Con Marx, infatti, di cui per altro i due filosofi italiani respingono il socialismo e la prospettiva rivoluzionaria, lo svolgersi della storia viene integralmente consegnato al corso delle vicende umane, senza quei presupposti metafisici di ordine logico, cioè sovrastorico, che persistevano in Hegel.

Anche l’orientamento politico dei due filosofi è profondamente divergente. Croce è un liberale conservatore, avverso non solo al socialismo, ma anche alla democrazia, almeno nei suoi sviluppi radicali. Egli è, tuttavia, antifascista e attorno alla sua figura si raccolgono quegli antifascisti che non sono costretti a lasciare l’Italia. Gentile, al contrario, avverso all’individualismo, è fautore del nazionalismo, in quanto portatore di un’istanza superiore all’individuo, e aderisce al fascismo diventando il massimo esponente culturale del regime.

Sebbene militassero, dopo l’amicizia degli anni giovanili, su fronti opposti, Croce e Gentile esercitarono sulla cultura italiana un’egemonia pressoché incontrastata, riuscendo a influenzare l’opinione pubblica anche al di fuori degli ambienti accademici. La cultura di ispirazione positivistica, che era stata dominante negli ultimi decenni dell’Ottocento occupava ormai posizioni marginali. Il marxismo, che pure qualche decennio più tardi avrebbe espresso la figura di Antonio Gramsci, non poteva ancora guadagnare posizioni di rilievo in quanto ostacolato dal regime fascista. Solo la cultura cattolica, rappresentata da esponenti quali Agostino Gemelli, piuttosto isolata rispetto alle altre correnti, manifestò un’opposizione decisa e irriducibile nei confronti dell’idealismo. Questo, in ogni caso, riuscì a imprimere una traccia profonda e duratura sulla scuola. Croce e Gentile furono entrambi ministri della pubblica istruzione. Il secondo, ministro nel governo Mussolini, portò a compimento un’organica riforma della scuola italiana. In conformità alle concezioni filosofiche dell’idealismo, nella scuola venivano esaltate le discipline del settore storico-umanistico-letterario, mentre gli studi matematico-scientifici venivano relegati a una posizione di secondo piano.

L’egemonia culturale dell’idealismo finì con l’accentuare nella cultura italiana la chiusura, talvolta sorda e sprezzante, nei confronti delle nuove esperienze che in quei decenni si andavano realizzando nell’Occidente. Soprattutto nei paesi dell’area anglosassone la filosofia indagava la logica e i metodi delle scienze, che al contrario l’idealismo italiano considerava una forma di conoscenza subordinata o perfino inautentica. Le correnti riconducibili all’esistenzialismo mettevano in rilievo l’irriducibile problematicità dell’esistenza umana; al contrario l’idealismo italiano divinizzava lo spirito nel suo farsi storico e incontrava, semmai, difficoltà a spiegare come potesse accadere che talvolta nelle vicende umane si manifesti il disvalore. La psicoanalisi era quanto di più distante ci potesse essere rispetto alla visione olimpica e ottimistica professata dall’idealismo di Croce e Gentile. La cultura di importazione americana, che avrebbe svolto un ruolo di primo piano sulla scena del pensiero occidentale contemporaneo, urtava contro lo stile e i valori di fondo dell’umanesimo letterario tradizionale. Le scienze dell’uomo, per finire, ingabbiavano, secondo le vedute dei neoidealisti, la vita dello spirito in forme rigide e astratte, incompatibili con la sua assoluta libertà.

Dopo la sconfitta subita dall’Italia nella seconda guerra mondiale l’egemonia idealistica declinò rapidamente, sebbene i curricoli della scuola superiori siano rimasti in larga misura fedeli all’impostazione storicistica voluta dall’idealismo. I nuovi indirizzi del pensiero europeo ed americano si sono diffusi nella cultura italiana facendo sì che i sistemi idealistici di Croce e Gentile presenti ormai un interesse tutt’al più storico. Non si può negare, tuttavia, che la cultura filosofica italiana abbia in alcuni settori recepito la lezione più profonda del neoidealismo, in particolare nella versione crociana. L’esigenza di riportare le problematiche filosofiche ai contesi concreti in cui sono sorte, accompagnata dalla diffidenza nei confronti della speculazione astratta, e di ogni risposta sovrastorica o "teologizzante", sono state avvertite soprattutto nella storiografia filosofica e in molti settori della cultura marxista. Questo testimonia il persistere di alcuni motivi ispiratori di fondo del neoidealismo, nonostante la ormai definitiva demolizione degli apparati filosofici in cui queste istanze avevano originariamente preso forma.

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Benedetto Croce (1866-1952)

La formazione; lo storicismo


Opere principali


La dialettica dei distinti


Estetica e logica


Intuizione ed espressione


Il concetto


L’universale concreto


Storiografia e filosofia


Economia ed etica


Pensiero e azione

La formazione; lo storicismo

Benedetto Croce era nato a Pescasseroli, in Abruzzo, da un’agiata famiglia napoletana, di orientamento politico conservatore, forse segretamente fedele alla monarchia borbonica. Avendo perduto entrambi i genitori nel disastroso terremoto di Casamicciola, a Ischia, fu assunto sotto la tutela dello zio Silvio Spaventa, fratello del filosofo Bertrando e uomo politico di orientamento liberale. A Roma, ove risiedeva in casa dello Spaventa, il giovane Croce intraprese gli studi giuridici, ma non li portò a compimento. Per un certo periodo all’università seguì le lezioni del filosofo Antonio Labriola, allora seguace di Herbart e avverso alla cultura positivistica ancora dominante. Senza aver conseguito alcuna laurea si dedicò con impegno e passione a studi di erudizione storica. A contatto con i problemi della storia nacque in Croce la prima problematica filosofica. Si chiedeva, infatti, che cosa fosse la storia, se fosse una sorta di scienza, oppure se fosse in qualche modo riconducibile sotto il concetto generale dell’arte.

Gli parve inizialmente che la storia fosse in effetti una forma di arte. Ma presto mutò la propria convinzione e fu sollecitato a una più profonda discussione delle problematiche filosofiche a seguito di un nuovo incontro con il Labriola, il quale nel frattempo era diventato seguace di Marx e stava elaborando filosoficamente la dottrina del materialismo storico. Anche Croce per un certo periodo divenne entusiasta di Marx e del socialismo, ma ben presto mutò orientamento, sottoponendo a severo vaglio critico le concezione marxiste. Frutto di questa riflessione fu il saggio Materialismo storico ed economia marxistica. In questo scritto, apparso nel 1900, comincia a delinearsi con chiarezza quella che sarà la posizione filosofica matura del Croce. Certamente errata è la pretesa avanzata da Marx di prevedere il corso futuro degli avvenimenti storici e la necessità della rivoluzione socialista. Altrettanto insostenibile, in quanto unilaterale, è la dottrina che identifica il valore con il lavoro. La concezione complessiva della storia presenta, invece, un nucleo positivo.

Non solo infatti l’"economismo", ossia l’aver posto a fondamento della prassi umana l’attività economica, cioè la ricerca dell’utile, fornisce un valido canone di interpretazione storiografica. Ma, quel che è più importante, la visione della storia che si ricava da Marx abbatte tutte quelle strutture trascendenti, teologiche o metafisiche, che ancora in Hegel condizionavano dall’esterno, ossia "dall’alto" il corso delle vicende umane. La storia in altre parole deve essere interpretato come un processo immanente, ossia integralmente mondano, senza agganci metafisici o teologici, riconducibile nella sua interezza al concreto operare dell’uomo.

Anche negli sviluppi successivi questo resterà il cardine della filosofia crociana: lo storicismo assoluto.

La realtà coincide con la storia, ossia con il divenire degli eventi così come si presentano alla coscienza dell’uomo. La coscienza funge da fondamento della realtà in quanto ciò che non si presenta alla coscienza o che non entra in qualche modo in rapporto con essa resta necessariamente al di fuori di ogni considerazione da parte dell’uomo. Ma la storia non è il manifestarsi di una trama già stabilita in un ambito metafisico o teologico, bensì è il farsi dello spirito umano nella sua libertà assoluta e nella sua immanente razionalità.

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Opere principali

Tesi fondamentali di un’estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1900), Materialismo storico ed economia marxistica (1900), Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902), Logica come scienza del concetto puro (1909), Filosofia della pratica, economica ed etica (1909), Breviario di estetica (1912), La storia come pensiero e come azione (1938).

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La dialettica dei distinti

Posto che tutta la realtà è spirito, occorre all’interno di questo distinguere tra una forma teoretica, volta al conoscere, e una forma pratica, volta all’agire. All’interno di ciascuna delle due forme occorre poi ancora distinguere due gradi: particolare e universale. Nel complesso, dunque, la vita dello spirito si articola in quattro momenti, detti categorie, che sono, rispettivamente, il bello, ossia l’attività teoretica volta al particolare, il pensiero discorsivo, ossia l’attività teoretica volta all’universale, l’economia, ossia l’attività pratica volta al particolare, la morale, che è l’attività pratica volta all’universale. Le quattro categorie sono oggetto di studio rispettivamente da parte dell’estetica, della logica, dell’economia, dell’etica.

A proposito delle quattro categorie conviene osservare che esse sono le forme primarie e irriducibili attraverso cui si manifesta l’attività dello spirito. Ciascuna di esse è del tutto autonoma rispetto alle altre e, a rigore, non può essere neppure definita, giacché un’eventuale definizione avrebbe l’effetto di ricondurla ad altro. L’universale, tuttavia, presuppone il particolare, pur essendo qualcosa di essenzialmente nuovo rispetto ad esso; il particolare, al contrario, può sussistere senza l’universale. La forma pratica, inoltre, è successiva a quella teoretica, che è sempre anteriore all’agire.

L’attività dello spirito è circolare. Ciascuna categorie costituisce il presupposto perché si applichi quella successiva, in un processo che muove costantemente dalla forma teoretica a quella pratica, per passare nuovamente a quella teoretica e poi ancora a quella pratica, secondo la distinzione dei gradi particolari e universali. Poiché ogni categoria, pur esercitandosi su quanto è stato prodotto dalle altre, aggiunge sempre qualcosa di nuovo, ne segue che la vita dello spirito è un progresso ininterrotto e, nonostante le apparenze contrarie, inarrestabile.

Questa relazione circolare tra le quattro categorie dà luogo alla dialettica dei distinti. Hegel, con la sua dialettica degli opposti, non aveva riconosciuto questo nesso circolare all’interno dello spirito. Secondo Croce la dialettica hegeliana, basata sull’opposizione tra il positivo e il negativo, sussiste soltanto all’interno di ciascuna categoria: il bello, infatti, si oppone al brutto, il vero si oppone al falso, l’utile all’inutile, il bene al male. Ciascun momento positivo afferma se stesso nella lotta contro il suo opposto.

Il negativo, in questa concezione ottimistica secondo cui lo spirito è inesauribile libertà creativa, funge solo da stimolo per la successiva affermazione del positivo. Ma il problema del disvalore, cioè della negatività, si presenterà spesso in forma di aporia, cioè di problema insolubile, e opporrà sempre resistenza ai tentativi di sistematizzazione del proprio pensiero operati dal Croce. Talvolta egli cercherà di ricondurre l’errore all’indebita mescolanza delle categorie: un’opera d’arte, per esempio, è brutta quando si pone scopi estranei all’arte, per esempio di natura utilitaria. Ma in questo modo l’errore non ha consistenza oggettiva e deriva solo dalla confusione tra i diversi momenti della vita spirituale, cioè da una visione parziale e unilaterale. Che cosa pensare, allora, della dittatura fascista? Il fascismo stesso, negatore della libertà e avversato dal Croce, doveva per forza apparire come una parentesi storica non priva, se oggettivamente considerata. di una qualche funzione positiva.

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Estetica e logica

L’estetica e la critica letteraria costituirono, accanto alla storia, gli interessi dominanti del Croce in tutto l’arco della sua attività. Egli tornò a varie riprese sul problema estetico, cercando di risolvere i dubbi e le difficoltà che la sua sistemazione dottrinale continuava pur sempre a suscitare.

Appariva relativamente facile, nel quadro di riferimento offerto dalla dottrina dei distinti, dire quello che l’arte non è. Contro intellettualismo, edonismo e moralismo Croce sostiene che l’arte non ha come scopo né la conoscenza, né l’utile né l’edificazione morale, distaccandosi ancora una volta dalle teorie estetiche proprie della cultura positivistica. Nell’opera d’arte spesso entrano delle componenti che, pur essendo necessarie al compimento dell’opera stessa, si riconducono in realtà ad altre categorie. Diventa pertanto compito fondamentale della critica letteraria operare una rigorosa distinzione tra poesia e non poesia, distinzione che spesso deve essere attuata all’interno della medesima opera, giacché, per esempio Dante e Leopardi, mescolano spesso alle intuizioni poetici elementi di natura concettuale ovvero oratoria, non riconducibile all’arte in senso proprio.

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Intuizione ed espressione

Ma l’arte è, in se stessa, conoscenza del particolare, cioè conoscenza intuitiva. Poiché lo spirito è attività creativa, tale intuizione coincide senz’altro con l’espressione, cioè con la produzione di immagini. Anche la comune conoscenza sensibile, come il vedere, è intuizione di immagini, a cui, tuttavia, si accompagna la coscienza della realtà, il che non avviene nell’opera d’arte, ove l’oggetto intuito si presenta meramente come possibile. La grande opera d’arte non differisce, dunque, dalla comune intuizione sensibile, comune a tutti gli uomini, se non per l’originalità e la complessità.

Si collega all’intuizione estetica la produzione del linguaggio. Questo, secondo una tesi già sostenuta da Vico, è originariamente poesia, cioè espressione del particolare (Vico, al contrario, vedeva nella poesia l"’universale fantastico"), e solo secondariamente può servire come veicolo espressivo del pensiero concettuale. Per questo motivo Croce può identificare la sua dottrina estetica con la linguistica generale. Occorre sottolineare che, soprattutto con le dottrine strutturalistiche, la riflessione linguistica europea muoveva in tutt’altra direzione.

Ma la dottrina estetica crociana, pur nella sua coerenza filosofica, lasciava aperti problemi di non facile soluzione. Come è possibile, infatti, distinguere, tra la vera opera d’arte e quella che ne ha soltanto la parvenza? Rimeditando i fondamenti della sua dottrina Croce giunse a vedere l’elemento caratterizzante dell’opera d’arte quella che egli chiama intuizione lirica. Essa è la rappresentazione di un sentimento e costituisce l’elemento ispiratore capace di ricondurre a unità le molteplici immagini altrimenti prive di nesso.

Ma questo "sentimento" non è tanto un dato psicologico, quanto piuttosto un modo particolare di intuire, ovvero di scandire, l’universo: qualcosa che può essere espresso con la parola ritmo e che costituisce la "anima" più profonda di ogni capolavoro artistico.

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Il concetto

La conoscenza dell’universale dà origine al pensiero discorsivo ed è oggetto di trattazione da parte della logica. La forma logica dell’attività spirituale è il concetto. Questo subordina a sé le diverse rappresentazioni che stanno sotto di esso ed è, allo stesso tempo, qualcosa di più rispetto alle molteplici rappresentazioni subordinate. In tal senso il concetto deve essere, secondo Croce, onnirappresentativo, ossia capace di riferirsi a tutte le singole rappresentazioni subordinate, e ultrarappresentativo, tale, cioè, da non ridursi alle rappresentazioni.

L’autentico concetto deve essere distinto, dunque, dagli pseudoconcetti. Questi sono semplicemente dei raggruppamenti di rappresentazioni, alle quali pertanto non aggiungono nulla, oppure sono delle definizioni convenzionali prive di autentico contenuto rappresentativo. Uno pseudoconcetto del primo tipo è, per esempio, "gatto"; uno del secondo tipo è "triangolo". Questi pseudoconcetti, su cui si fondano le scienze naturali e quelle matematiche, hanno una funzione che non è propriamente conoscitiva, ma piuttosto "economica", in quanto servono a classificare gli oggetti nella maniera più conveniente. Croce cerca di avvalorare questa sua interpretazione della scienza con alcune dottrine epistemologiche, in particolare quella di Mach, che sostenevano il carattere essenzialmente economico delle sue leggi.

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L’universale concreto

Il vero concetto, che si riferisce a tutte le rappresentazioni subordinate e che è più che le rappresentazioni stesse, è sempre un universale concreto, un universale che non è separato dai particolari, ai quali, pur tuttavia, non è riducibile. Ma in quanto presenza dell’universale nel particolare il vero concetto avrà sempre la forma del giudizio individuale, come possono essere, per esempio, i giudizi "Pietro è buono", oppure "l’Orlando furioso è un’opera d’arte". Il vero concetto, inoltre, coincide con la sua espressione. Un concetto che non venga espresso non è, in realtà, prodotto dallo spirito e quindi non esiste. E’ del tutto illusoria una presunta profondità di pensiero che non sia accompagnata da una chiara espressione del concetto.

Ma accanto al giudizio individuale sembra sussistere anche un altro tipo di giudizio, il giudizio definitorio, come, per esempio, "l’opera d’arte è intuizione lirica". Sono questi i giudizi di cui si occupa la filosofia. In realtà ciascuna delle due forme di giudizio presuppone l’altra. Il giudizio individuale e storico, infatti, riconduce un fatto al concetto universale che vive nel fatto steso. La definizione filosofica, d’altra parte, si riferisce a quei precisi fatti individuali e storici che vengono assunti sotto il concetto e che la definizione universale illumina.

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Storiografia e filosofi

La reciproca dipendenza del giudizio storico e del giudizio definitorio determina l’identità di storiografia e filosofia. Questa tesi ha un significato capitale nel pensiero filosofico del Croce e non è dissimile da quanto nel Novecento si è andato affermando anche in altri indirizzi del pensiero filosofico. Con essa, infatti, viene troncata alla radice la possibilità di una verità atemporale che non si riferisca a concreti fatti storici e di una filosofia che, come quella di Gentile, resti nella sua sostanza "teologizzante".

La storiografia, che studia i fatti storici inserendoli in categorie universali, è, secondo Croce, la vera forma della conoscenza filosofica. La storia, anche quella del più lontano passato, è sempre storia contemporanea, conoscenza che lo spirito umano ha di se stesso. Conoscendo il passato, in altre parole, l’uomo conosce la genesi del presente in quanto esso ha di concreto e di irripetibile . Nessuna scienza dell’uomo che adotti un approccio naturalistico, quindi astraente e non storico, può conoscere la realtà umana con la profondità e la concretezza proprie della storiografia. Questo privilegiare la conoscenza storiografica è la nota più caratteristica e distintiva dell’idealismo crociano.

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Economia ed etica

La forma pratica, articolata nei due momenti dell’economia e della morale, si fonda sull’atto del volere, cioè sulla volizione. La volizione, secondo Croce, genera sempre un’azione, perché, se così non fosse, essa sarebbe soltanto una inconcludente velleità.

La volizione che si dirige verso un obiettivo particolare dà origine alla ricerca dell’utile. L’importanza di questa categoria, che talora egli designa con il termine di vitale, era stata scoperta dal Croce attraverso lo studio del materialismo storico marxista. Essa acquista nello sviluppo del suo pensiero un’importanza via via crescente e giunge infine ad apparire come l’impulso originario che suscita ogni attività umana.

La ricerca dell’utile, che certamente non è in se stessa morale, non viene, tuttavia, qualificata dal Croce come "immorale". I1 momento utilitario, implicito in ogni attività umana è semplicemente amorale o premorale, pienamente autonomo nella sua specifica natura e indifferente a valutazioni di ordine etico.

La amoralità è attribuita dal Croce alla dimensione del diritto e a quella della politica. Il diritto si riconduce integralmente all’utile e alla forza. La stessa politica, come già aveva insegnato Machiavelli e come in tempi recenti avevano sostenuto Mosca e Pareto, si fonda sui nei conflitti di interessi e di forze e si risolve nella mediazioni tra essi. Nell’ambito di questo inesauribile e vitale conflitto lo stato attua una mediazione tra autorità e libertà. Sulla base di questa visione conflittuale e realistica della politica Croce respinge come "astratta" la concezione democratica, con la sua insistenza su valori, come libertà, uguaglianza e fratellanza di fatto non attuabili nei contesti storici concreti.

La volizione dell’universale è quella che si caratterizza propriamente come morale. L’agire morale non rinnega l’utile, ma ne oltrepassa i limiti individuali estendendolo a una molteplicità di individui. Croce non intende, tuttavia, irrigidire l’etica in un sistema di regole universalmente valide e quindi, nella sua prospettiva, irrimediabilmente astratte. Il formalismo dell’etica di Kant è, pertanto, assai lontano dalle vedute del filosofo italiano. A suo giudizio il bene, in generale, coincide con la promozione dell’attività dello spirito, della sua libertà e del suo progresso.

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Pensiero e azione

La storia concepita come eterno progresso dello spirito esclude dal suo svolgersi ogni negatività che non sia tale solo da un punto di vista parziale e limitato. In questo senso perfino il fascismo, che Croce avversava, doveva presentare in ultima analisi qualche elemento positivo. Sembrava così di nuovo prendere forma quella concezione, sostenuta nel secolo precedente da Hegel, secondo cui lo storiografia giustifica sempre ciò che nei fatti è accaduto, scoprendone l’intrinseca razionalità, al di là di valutazioni morali unilaterali e soggettive.

Il problema si manifesta in tutta la sua profondità nell’opera del 1938, La storia come pensiero e come azione. In essa viene affrontato il problema del rapporto tra storiografia e morale. La storiografia ha un carattere meramente contemplativo e non dice nulla su quello che deve essere fatto nella pratica. I1 fare teoretico e il fare pratico devono essere rigorosamente distinti; il primo riguarda le res actae, le cose che nel passato già sono state fatte; il secondo riguarda le res agendae, le cose che ora dobbiamo fare.

La soluzione è in armonia con il principio della distinzione in linea generale affermato dalla filosofia crociana. Ma in qualche modo essa incrina quell’equilibrio olimpico tra i distinti in altre occasioni sostenuto e introduce una tensione forse insolubile tra la razionalità connessa all’attività teoretica e storiografica e la razionalità, altrettanto e forse di più, imperativa, connessa alle esigenze della attività pratica.

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Giovanni Gentile (1875-1944)

Opere principali

L’idealismo attuale

L’atto puro

Arte, religione e filosofia

La pedagogia come scienza filosofica

Le concezioni politiche

Opere principali

Rosmini e Gioberti (1898), La filosofia di Marx (1899), Sommario di pedagogia come scienza filosofica (1912), La riforma della dialettica hegeliana (1913), Teoria generale dello spirito come atto puro (1916), Filosofia e scienza (1930), Genesi e struttura della società (1946, pubblicato postumo).

Nato a Castelvetrano, in Sicilia, Gentile era stato allievo dell’hegeliano Donato Jaja alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Seguendo le orme di Bertrando Spaventa, il più significativo esponente dell’hegelismo italiano, si dedicò allo studio della cultura filosofica nazionale cercando di far emergere una tradizione di pensiero italiano parallela a quella tedesca. Nei primi decenni del Novecento elaborò i capisaldi della sua concezione filosofica e fu uno dei protagonisti del movimento di reazione nei confronti del positivismo. Benedetto Croce, che era stato ministro della pubblica istruzione nell’ultimo governo Giolitti indicò in Gentile l’uomo che avrebbe potuto portare a compimento la riforma della scuola. Questi, ufficialmente iscrittosi al partito fascista, fu nominato ministro della pubblica istruzione nel governo che Mussolini formò nel 1922 dopo la marcia su Roma e nell’anno successivo riuscì a varare la riforma. La sua fedeltà al regime fascista non fu mai in discussione e lo pose in aperto conflitto con Benedetto Croce.

Dopo il 1924, l’anno del delitto Matteotti, Gentile si allontanò, tuttavia dalla politica attiva e si indirizzò a una militanza di carattere soprattutto culturale, non priva tuttavia di importanti risvolti amministrativi. Il regime mussoliniano gli conferì incarichi di grande prestigio, facendolo direttore della Enciclopedia italiana, fondata dall’industriale lombardo, senatore Giovanni Treccani. Egli si adoperò per estendere il consenso attorno al fascismo, non negando aiuti a intellettuali di altri orientamenti etico-politici. La sua lealtà nei confronti del regime non venne meno neppure nei momenti della disfatta. Nel 1944 egli manifestò la propria adesione nei confronti della Repubblica Sociale Italiana accettando la carica di presidente della Accademia d’Italia, la cui sede era stata trasferita a Firenze. Nell’Italia già in parte occupata dagli alleati aderire alla "repubblica di Salò" significava schierarsi con il nazismo e con le frange più violente del fascismo. Con un atto che a molti è sembrato ingiustificato alcuni antifascisti uccisero il filosofo nei pressi della sua dimora a Firenze nell’aprile del 1944. L’episodio resta tuttora oscuro e molto discusso. Qui basta osservare che, sebbene l’adesione di Gentile al fascismo fosse indubbia e altrettanto esplicita fosse stata in varie occasioni la giustificazione da parte sua della violenza, il suo pensiero filosofico, giunto a compimento già negli anni della prima guerra mondiale e certamente non privo al suo interno di un orientamento politico nazionalistico-totalitario, non può essere considerato espressione organica del regime.

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L’idealismo attuale

Da parte di Gentile l’affermazione del principio idealistico è radicale: non esiste alcuna realtà al di fuori del pensiero. Se qualcosa non è pensato, ovvero se non si offre in qualche modo alla coscienza, allora non esiste. Perfino lo spazio distante e il tempo remoto hanno esistenza solo in quanto lo spirito ne è cosciente.

Ma di regola i filosofi idealisti non hanno essi stessi rispettato questo principio e accanto all’atto del pensare hanno considerato come realtà fondamentale ciò che viene pensato. Hegel, in particolare, come già in passato Platone con la sua dottrina delle idee, sostituisce al pensante il pensato e pone il movimento dialettico in ciò che non è pensiero in atto: nelle astratte categorie della logica e nella natura.

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L’atto puro

Il soggetto vero, che è "soggetto infinito" o "soggetto trascendentale", è il pensiero stesso nel suo farsi: l’atto in atto o atto puro, contrapposto come tale all’atto compiuto. Rispetto all’atto puro ogni "alterità", ossia ogni altra realtà, esiste in quanto è conosciuta. Ma conoscere, secondo Gentile, significa rendere identico il conosciuto al soggetto conoscente. La conoscenza dell"’altro" significa, quindi, soppressione dell"’altro" in quanto tale.

In quanto tutte le cose esistono in riferimento all’"atto" e in quanto l’atto non dipende da alcunché, il soggetto in atto, cioè il pensiero pensante, è il fondamento della sua stessa esistenza. Questa "autofondazione" del soggetto trascendentale, cioè dello spirito, è detta da Gentile autoctisi. Ma l’esistenza dello spirito consiste nel continuo identificare a sé attraverso il conoscere ciò che astrattamente si presenta come fatto separato dall’attività pensante. Questo momento della separazione, per cui il fatto appare come indipendente dal pensiero, è necessario alla vita stessa del pensiero nella sua concretezza. Ma in questa dialettica tra "logo concreto" e "logo astratto" il momento dell’astrazione, cioè dell’errore e della negatività, esiste solo in quanto è superato attraverso l’assimilazione al soggetto.

Né è possibile, secondo Gentile, separare il conoscere dal fare. Lo spirito, mentre conosce, crea la realtà, in quanto nulla è esterno ad esso. Conoscenza e volontà, teoresi e prassi, filosofia e impegno politico sono, in realtà momenti di quell’unico processo che è il farsi dello spirito.

La libertà e la creatività dell’atto spirituale sono assunte da Gentile nel significato più profondo e radicale. Lo spirito, così, non esiste nel tempo, ma crea esso stesso con la sua coscienza il tempo. Il passato c’è perché lo spirito ne ha coscienza: la storia, le res gestae, coincide in realtà con la storiografia, l’historia rerum gestarum, che ne prende coscienza. Non si deve, però, cadere nell’equivoco di identificare il soggetto trascendentale gentiliano con il soggetto empirico individuale, facendo così dell’idealismo attuale una sorta di "solipsismo". Il soggetto empirico, infatti, in quanto realtà determinata è esso stesso un prodotto del soggetto trascendentale che è immanente, cioè interno, ai molteplici soggetti individuali e comune a tutti loro.

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Arte, religione e filosofia

Profondamente unitaria è, d’altra parte, l’attività dello spirito. In essa e nella sua interna dialettica è possibile distinguere tre momenti che non sono realtà autonome o ambiti separati, come i "distinti" crociani, ma sussistono solo in quanto sono integralmente risolti nella sintesi. La "coscienza del soggetto" che è l’arte e la "coscienza dell’oggetto", che è la religione si riconducono, infatti, alla "coscienza della sintesi del soggetto e dell’oggetto" che corrisponde alla filosofia. I tre momenti costituiscono quella che Gentile chiama monotriade.

L’arte, in particolare, si fonda sul sentimento soggettivo. Ma questa soggettività diventa espressione artistica solo in quanto il pensiero ne diventa consapevole e ne supera l’immediatezza. La religione, invece, corrisponde a un’"esaltazione" dell’oggetto. Ma anche per quel che riguarda la religione il dio come entità oggettiva e separata dal pensiero dovrà pur sempre riscoprire se stesso come pensiero in atto; se questo non accadesse Dio si ridurrebbe a qualcosa di inerte e materiale. La religione che più di ogni altra apre la via al superamento filosofico è il cristianesimo, in quanto sostituisce al rito esteriore l’interiorità spirituale. La religione, dunque, appare come un momento necessario della vita dello spirito, ma destinato a risolversi nella filosofia.

Nella "monotriade" gentiliana non trova, come si è visto, una collocazione specifica la scienza. Essa si caratterizza per il fatto di presupporre una realtà da conoscere, ossia la natura, esterna al pensiero che la conosce. Con ciò essa pecca di astrazione e contiene al suo interno un elemento di errore. In quanto essa presume un oggetto da conoscere esterno al pensiero, condivide il carattere fondamentale della religione; in quanto, tuttavia, conosce attraverso sensazioni soggettive condivide anche il carattere essenziale dell’arte. Ma essendo attività spirituale essa è però pur sempre animata al suo interno da concetti filosofici, sebbene spesso unilaterali e dogmatici. Non si può quindi negare alla scienza, come faceva Croce, il carattere di conoscenza, sebbene essa offra una visione della realtà decisamente astratta e in ogni caso subordinata a quella propria della filosofia.

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La pedagogia come scienza filosofica

Le concezioni pedagogiche di Gentile hanno importanza in quanto egli fu il principale artefice della riforma della scuola italiana varata nel 1923 . In realtà il filosofo italiano è decisamente ostile a quella "pedagogia" che, fin dai tempi di Herbart, aveva preteso di configurarsi come scienza autonoma. Egli combatte a fondo il pedagogismo, cioè la pretesa di istituire una scienza dei metodi di insegnamento e parimenti combatte il pedologismo, cioè la pretesa di studiare sistematicamente gli stadi evolutivi che percorre lo spirito umano nel suo processo di formazione. In realtà non si può, secondo il filosofo italiano, considerare lo spirito come un’entità naturale, astratte e inerte, e imporgli dall’esterno delle leggi a cui debba conformarsi. Lo spirito, nella sua assoluta libertà, crea continuamente se stesso in forme sempre nuove. L’unico approccio possibile alla realtà dello spirito è quello filosofico e la pedagogia, pertanto, non può essere altro che la filosofia stessa in quanto considera il farsi dello spirito in quel concreto rapporto tra maestro e allievo che è l’atto educativo.

Con l’atto educativo si realizza una sintesi a priori tra la mente del maestro e quella dell’allievo: una fusione attraverso cui la conoscenza non viene attinta dai manuali scolastici, ma viene creata ex novo in una "solitudine trascendentale" libera da influenze e condizionamenti esterni. A questi principi si ispirò la scuola voluta dalla riforma del 1923. Mentre nella scuola elementare veniva reso obbligatorio l’insegnamento della religione, nella scuola superiore, che aveva il suo curricolo più prestigioso nel liceo classico, doveva trionfare la libertà dello spirito. Prevaleva l’insegnamento storico-letterario-filosofico; non c’erano programmi di insegnamento, ma solo programmi di esame. Lo studio si basava sulla lettura diretta dei classici, filosofici e letterari, allo scopo di "rivivere la vita dello scrittore nella sua pienezza". I ritocchi alla riforma voluti dai successivi ministri del regime fascista riabilitarono, tuttavia, in larga misura il vecchio insegnamento di stampo manualistico.

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Le concezioni politiche

La filosofia di Gentile non aveva mai identificato il soggetto trascendentale, ossia il fondamento assoluto della realtà, con il soggetto empirico, cioè con l’io limitato e individuale. Le sue riflessioni filosofiche sulla politica, in conformità a questo principio filosofico generale, negano che l’individuo sia pensabile al di fuori dello stato.

Anteriore allo stato è, tuttavia, la nazione. Il "farsi dello spirito" nella storia coincide, infatti, con il "farsi della nazione" e il sapere, pertanto, è sempre "sapere nazionale". Il significato più profondo del Risorgimento italiano era stato, secondo Gentile, la rinata consapevolezza di una realtà superiore all’individuo, cioè della nazione. Ma la più completa espressione della nazione è lo stato. Questo, caratterizzato nella sua essenza dal potere sovrano, cioè da un volere che diventa legge, è quel medesimo "atto puro" che costituisce il fondamento immanente della soggettività. Lo stato è concepito in tal modo come manifestazione diretta di quel soggetto trascendentale rispetto a cui ogni realtà finita è soltanto un’astrazione priva di autonoma esistenza. Tradotto in termini politici questo concetto sta a significare che l’autentica realtà dell’individuo, e con essa la sua stessa libertà, sussiste solo nello stato e nella sua autorità. Lo stato, spiega Gentile, non esiste inter homines, ma in interiore homine, cosicché l’autorità dello stato, anche quando è imposta con i mezzi della coercizione, coincide con la più vera libertà dell’individuo. Caduta ogni distinzione di principio tra "pubblico" e "privato", lo stato, lungi dal porsi di fronte ai conflitti sociali come un semplice spettatore, ha una propria volontà e persegue propri fini morali: per questo è stato etico. C’era, come si può ben vedere, quanto bastava per giustificare filosoficamente il manganello fascista, il quale, in un celebre discorso pronunciato da Gentile a Palermo nel 1924, poteva assumere lo stesso valore di edificazione morale che normalmente si attribuisce a una predica religiosa. Il principio filosofico dell’attualismo risolveva ogni realtà finita nell’atto puro del soggetto trascendentale. Quello stesso principio faceva sì che le libertà individuali venissero interamente annullate nella volontà e nell’apparato totalitario dello "stato etico".

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GLOSSARIO

ATTO

L"’atto del pensare", ovvero il "pensiero pensante" è, secondo Gentile, il pensiero nel suo stesso farsi, cioè nell’atto stesso del pensare. Lo spirito è "atto puro", attività pensante rispetto a cui tutti gli oggetti pensati possono essere separati solo per astrazione e a cui, attraverso la conoscenza, devono essere ricondotti.

AUTOCTISI

Il termine deriva dal greco (autòs, stesso, e ktisis, fondazione) e indica, in Gentile l’autocreazione dello spirito, ossia il fatto che lo spirito pone se stesso e non ha bisogno di nessuna altra realtà per esistere.

CATEGORIA

Sono "categorie" in Croce i quattro momenti in cui si articola e si esaurisce la vita dello spirito: estetica, logica, economia ed etica, a cui corrispondono il bello, il vero, l’utile, il buono. Ciascuna di esse è irriducibile alle altre, anche se alle altre è collegata da un rapporto dialettico. In questa circolarità lo spirito passa ininterrottamente da una categoria a un’altra operando con ogni categoria su quanto ha già prodotto per mezzo delle altre e arricchendosi di contenuti sempre nuovi.

CONCETTO

Il vero concetto, secondo Croce, si caratterizza per essere presente in tutte le rappresentazioni ad esso subordinate e per essere, insieme, qualcosa di più rispetto alle rappresentazioni medesime. Il vero concetto è sempre un universale concreto espresso attraverso un giudizio individuale del tipo "Pietro è buono". Se un atto del pensiero non aggiunge niente alle rappresentazioni, ma si limita a raggrupparle, o non raffrenata alcunché, limitandosi a porre una definizione convenzionale, allora esso non è un autentico concetto, bensì uno pseudoconcetto. Le scienze naturali e la matematica si fondano interamente su pseudoconcetti e non sono, pertanto, autenticamente conoscitive. Secondo Gentile il vero concetto è autoconcetto, ossia coscienza che lo spirito ha di se stesso.

DIALETTICA

Entrambi i filosofi del neoidealismo italiano, Croce e Gentile, accettano il concetto, derivato da Fichte e da Hegel, della dialettica come principio di connessione tra le varie determinazioni dello spirito grazie a cui viene superata ogni unilateralità e viene affermata la totalità. Essi ne propongono, tuttavia, una "riforma" per mezzo di cui venga escluso ogni movimento dialettico esterno al pensiero. Secondo Gentile la dialettica è il processo per cui ogni realtà viene risolta nell’atto del pensare; secondo questa concezione, non dissimile da quella sostenuta da Fichte, il "negativo", ossia ciò che è esterno al pensiero in atto, è tale solo apparentemente ed esiste solo in quanto viene superato attraverso l’identificazione con l’attività pensante. Secondo Croce la dialettica è essenzialmente "dialettica dei distinti", un nesso che collega l’una all’altra le varie categorie senza tuttavia risolverle in una sintesi superiore. La "dialettica degli opposti" ha luogo soltanto all’interno di ciascuna singola categoria e contrappone il valore al disvalore, per esempio il bello al brutto, il vero al falso.

INTUIZIONE

Secondo Croce è l’atto conoscitivo volto al particolare. Essa è la comune conoscenza sensibile oppure la creazione artistica. Essa coincide con l’espressione ed è a fondamento del linguaggio, che nella sua origine è opera di poesia. Nell’opera d’arte felicemente riuscita la rappresentazione di un sentimento, come intuizione lirica, conferisce unità alle varie immagini e funge da principio ispiratore.

MONOTRIADE

Nella filosofa di Gentile costituisce l’unità dei tre momenti, arte, religione e filosofia, in cui si articola la vita dello spirito. Ciascun momento non ha esistenza propria ed concepibile solo come elemento della superiore sintesi unitaria.

MORALE

Secondo Croce è la volizione che si volge all’universale. Non si identifica con l’utile, ma non ne può prescindere in quanto il bene è sempre l’utile per qualcuno. Per Gentile non esiste un’etica distinta dalla filosofia teoretica, in quanto il pensiero, nella sua assoluta libertà, è sempre anche prassi. In questa attività assolutamente autonoma, detta "autoprassi", l’atto del pensiero è norma sui, cioè conferisce a se steso la propria norma e stabilisce quello che deve essere fatto. L’unico imperativo morale è quello che impone al pensiero di pensare e si risolve nel semplice comando "pensa".

NAZIONE

Secondo Gentile è la concreta manifestazione storica dello spirito. Essa è un’istanza superiore al singolo individuo e trova espressione compita nello stato. Anche il sapere è sempre, in questa prospettiva, "sapere nazionale".

PROGRESSO

L’attività dello spirito, in quanto libertà e continua creazione del nuovo, è secondo Croce, continuo "progresso". Secondo questa concezione i momenti di stasi o di negatività sono soltanto parentesi funzionali a una ripresa più vigorosa dell’inarrestabile processo creativo che è la storia.

PSEUDOCONCETTO

(Vedi CONCETTO)

SOGGETTO TRASCENDENTALE

E’, per Gentile, la coscienza nel suo attuarsi, come "atto in atto", indipendentemente dagli oggetti pensati, che sono "atti compiuti". Il soggetto trascendentale non coincide con il soggetto empirico (l’"io" individuale), poiché anche quest’ultimo è "atto compiuto" prodotto del pensiero e non pensiero in atto.

STATO

Secondo Croce lo stato e tutta la dimensione della politica si riconducono fondamentalmente alla categoria dell’utile, essendo espressione di concreti interessi storici e loro mediazione. Secondo Gentile, al contrario, lo stato è espressione dello spirito e della sua libertà. In quanto ha una propria consapevolezza e una propria volontà lo stato, nella sua attuazione più completa, è "stato etico". La volontà dell’individuo trova la sua completa attuazione nella volontà dello stato. In tal modo l’individuo, anche se è costretto con la forza ad obbedire allo stato, diventa libero assoggettandosi alla volontà della stato.

STORIA

Secondo Croce tutta la realtà è storia, ossia incessante divenire dello spirito che continuamente si rinnova nella dialettica circolare delle sue quattro categorie (Vedi Dialettica, categoria). Il giudizio autenticamente conoscitivo è, pertanto, il giudizio individuale e storico. La stessa filosofia si risolve nell’indagine storica, cioè nella storiografia, o tutt’al più in una metodologia dell’indagine storiografica. Ma nella fase più avanzata della sua riflessione Croce distingue tra storiografia, che ha per oggetto di studio le res actae e che in queste vede lo svolgersi dello spirito, e la storia da intendersi come azione morale che si indirizza alle res agendae, cioè al dovere prescritto dalla coscienza morale. Gentile identifica senz’altro storia e storiografia giacché, secondo l’idealismo attuale, i fatti della storia esistono solo in relazione allo spirito che ne ha coscienza, cosicché le res gestae coincidono con l’historia rerum gestarum.

STORICISMO

Lo "storicismo assoluto" di Croce è la concezione secondo cui tutta la realtà è divenire storico.

UTILE

Secondo Croce è il momento dello spirito che corrisponde alla volizione del particolare. La "scoperta" dell’utile, talora detto "vitale", fu suggerita a Croce dallo studio del materialismo storico marxiano. Il momento dell’utile appare come lo stimolo iniziale che dà avvio all’attività dello spirito. L’utile, a cui si riconducono il diritto e la politica, è in se stesso, non già "immorale", ma semplicemente "premorale", in quanto anteriore a ogni distinzione morale tra "bene" e "male".       

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