L’Idealismo
Johann Fichte (1762-1814)
-La Dottrina della scienza
-La dialettica
-Il primato della ragion pratica
-La politica e la storia
Friedrich Schelling (1755-1854)
-La filosofia della natura
-L’idealismo trascendentale
-L’identità
-La libertà
-La filosofia positiva
-Considerazione conclusiva
La scuola hegeliana
Ludwig Feuerbach (1804- 1872)
Karl Marx (1818-1883) e Friedrich Engels (1820-1895)
GLOSSARIO:
ARTE, ASSOLUTO, DIALETTICA, FILOSOFIA, IDENTITÀ, IO, INTUIZIONE, LIBERTÀ, MORALE, NATURA, RAPPRESENTAZIONE, TRASCENDENTALE.

L’Ideal ismo

"Idealismo" è la filosofia che si sviluppa in Germania fra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento dal dibattito sul criticismo kantiano, di cui rifiuta il dualismo fenomeno - noumeno: senza l’individuazione di un principio unico a cui riferirsi non è possibile alcuna conoscenza rigorosa della realtà e dell’uomo. Solo un principio primo può stare alla base di una filosofia che si proponga il raggiungimento della verità. Le caratteristiche fondamentali dell’idealismo sono:

a) la sistematicità, determinata dal principio fondamentale che dà certezza a ogni proposizione direttamente o indirettamente ricavata da esso; b) l’identità fra uomo e natura, il vero senso dell’esistenza umana che si manifesta nel divenire della storia; c) l’unità fra attività teoretica e pratica necessaria alla definizione del concetto rigoroso di uomo.

In questo contesto "Idealismo" assume il significato di filosofia dell’assoluto: realtà e pensiero sono manifestazioni diverse dello stesso principio fondamentale e hanno perciò l’identica struttura del principio di cui sono espressione, l’infinito, "l’idealismo della filosofia consiste solo nel non riconoscere il finito come il vero essere" (Hegel). Nel sistema delle scienze la filosofia diventa la scienza principe, quella che, avendo per oggetto l’assoluto, è in grado di determinare la validità delle scienze particolari.
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Johann Fichte (1762-1814)

Opere principali

Fondamenti dell’intera dottrina della scienza (1794), Sistema della dottrina morale (1798), Saggio di una nuova esposizione della dottrina della scienza (1798), La missione dell’uomo (1799), Lo stato commerciale chiuso (1800), Discorsi alla nazione tedesca (1806), I tratti fondamentali dell’epoca presente (1806), Introduzione alla vita beata (1806).
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La Dottrina della scienza

In quest’opera Fichte vuole dimostrare la natura libera del nostro essere. Poiché ogni dimostrazione richiede rigore scientifico, anche la filosofia dovrà avere la forma della scienza, la sistematicità. Ciò richiede che il principio fondante dell’attività teoretica e di quella pratica sia unico, che sia base di tutto il sapere, non solo di quello già elaborato, ma anche di quello futuro. In questo senso la filosofia è Dottrina della scienza, "scienza di tutte le scienze".

[Una scienza ha forma sistematica se tutti i suoi principi si connettono in un principio fondamentale e in questo si uniscono in un sol tutto, (...) le singole proposizioni non sono scienza, ma diventano scienza solo nel tutto. Ogni scienza deve avere un principio fondamentale. (Dottrina della scienza)]

Nell’opinione comune la logica è la scienza del principio da cui deriva ogni forma di sapere rigoroso. Ma essa separa forma e contenuto della conoscenza; richiede dunque un principio che fondi questa distinzione. A fondamento della logica va posta l’azione di un intelletto libero e originario che dia certezza ai suoi principi: la coscienza. Infatti consideriamo certo il principio di identità perché l’astrazione logica è un fatto di coscienza che si basa sulla percezione immediata della verità della proposizione Io sono Io.

La coscienza che compie l’astrazione è prima di tutto coscienza del proprio essere; l’Io quindi si pone come origine di ogni sapere: "l’Io pone originariamente in modo assoluto il proprio essere" è la prima proposizione della dottrina della scienza.

Ugualmente consideriamo certo il principio di contraddizione. Anche questa certezza deriva dalla coscienza per cui l’Io, che ha coscienza di sé, ha coscienza anche di ciò che è altro da sé: "All’Io è opposto assolutamente un Non-io" è la seconda proposizione della dottrina della scienza. Io e Non-io si pongono come elementi costitutivi della coscienza e in essa devono necessariamente conciliarsi, altrimenti si annullerebbe la coscienza stessa; tale conciliazione può avvenire solo nella loro reciproca limitazione che determina la divisione e la molteplicità: "Io oppongo nell’Io all’Io divisibile un Non-io divisibile" è la terza proposizione della dottrina della scienza.
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La dialettica

Le tre proposizioni fondamentali della dottrina della scienza non vengono dedotte l’una dall’altra, sono tutte fondamentali perché sono frutto di una "intuizione intellettuale" immediata, costituiscono nel loro insieme l’unità sintetica della coscienza e fondano la validità dei principi di identità, di contraddizione e di ragione.

Anche il metodo della ricerca, per essere rigoroso, dovrà conformarsi alla struttura della coscienza: dovrà essere sintetico, cioè dialettico e ricercare l’identità nella contrapposizione garantendo la libertà della ricerca. Il procedimento dialettico è lo spartiacque fra le filosofia dogmatiche e quelle non dogmatiche, quelle cioè che presuppongono la libertà come essenza fondamentale dell’uomo.

[L’atto col quale nelle cose comparate si cerca ciò che è noto, per cui esse sono opposte fra loro, si chiama procedimento antitetico; di solito si dice analitico; questa espressione è poco opportuna prima perché lascia sussistere l’opinione che da un concetto si possa in qualche modo sviluppare qualcosa senza fare prima una sintesi, poi perché questo procedimento è il contrario di quello sintetico. Il procedimento sintetico consiste nel ricercare negli opposti la cosa nota, che li rende identici. (Dottrina della scienza, II, 3 D).]

Come principio assoluto l’Io fonda la conoscenza ed è costitutivo di tutti i momenti in cui essa si articola: di quelli che determinano l’oggettività della rappresentazione, (sensazione, immaginazione e intelletto) e di quelli che riguardano la soggettività (giudizio e ragione). L’Io garantisce l’oggettività della rappresentazione perché costruisce il mondo. La facoltà attraverso la quale compie tale costruzione è l’Immaginazione produttiva, attività inconscia dell’Io che è alla base della coscienza comune.
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Il primato della ragion pratica

Obiettivo della filosofia è dimostrare l’evolversi della coscienza dalla sensazione inconsapevole alla perfetta comprensione dell’Assoluto. In questa "storia dello spirito umano" si evidenzia il perfetto parallelismo fra l’Io nella sua attività produttiva, nel tendere a divenire ragione, e lo spirito nella sua attività di coscienza, nel suo tendere alla comprensione perfetta.

Il fine dell’Io si realizza solo come attività essendo tensione infinita alla propria realizzazione; la contrapposizione finito-infinito, che non può essere risolta dalla ragion teoretica perché sfugge a ogni dimostrazione, viene risolta dalla ragion pratica.

Il fine dell’agire dell’Io può essere solo la realizzazione della propria libertà: essendo l’Io assoluto, non può contrastare la propria natura incondizionata nella tensione infinita al proprio fine. Fine dell’agire è quindi la libertà che, nello stesso tempo, è condizione dell’agire: legge e libertà sono "un unico e identico pensiero". Se la libertà è fine e condizione dell’agire, l’imperativo categorico che esprime l’azione morale è "Io devo agire liberamente per diventare libero". La libertà è quindi responsabilità e coerenza: ogni azione, dal momento che si pone nel divenire dell’Io, ha conseguenze sullo stesso divenire e dal momento che la legge morale è un prodotto del nostro pensiero, è necessaria l’adesione della coscienza all’azione; "Agisci secondo coscienza" è pertanto la formula che riassume il senso dell’agire morale.
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La politica e la storia

L’esame della libertà dell’uomo non sarebbe completo se non si allargasse anche al problema politico: la libertà dell’individuo non può essere realizzata senza considerare la libertà degli altri; si impone pertanto l’esame del rapporto individuo-stato, l’organismo che associa una molteplicità di uomini liberi e che può fondarsi solo sulla libera accettazione dei vincoli sociali da parte dei singoli. La sua natura è perciò essenzialmente contrattualistica. Scopo dello stato è assicurare l’esercizio della libertà a tutti i suoi componenti attraverso la legge. Il diritto è diverso dalla morale, questa riguarda il mondo interiore dell’individuo, quello il mondo esterno, l’insieme delle relazioni fra gli uomini. Dal momento che diritto e morale operano in due campi diversi il diritto non può esser dedotto dalla morale anche se non può andare contro di essa, violerebbe la natura stessa dell’uomo.

Lo stato ha il compito fondamentale di educare alla libertà e in questo un ruolo fondamentale hanno gli intellettuali, educare alla libertà è la Missione del dotto.

La libertà dell’uomo non è obiettivo al quale si perviene una volta per tutte, si realizza concretamente nelle istituzioni di un popolo. Perché un popolo sia libero è necessario che non dipenda da altri, che sia autosufficiente, che sia Stato commerciale chiuso; esso dovrà pertanto programmare la produzione delle risorse secondo un criterio di ragione, in maniera che tutti possano vivere press’a poco ugualmente bene".

La storia, nella sua evoluzione, diventa la registrazione di questo cammino verso la libertà, e va interpretata cercando in essa il continuo affermarsi della ragione nelle varie epoche.
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Friedrich Schelling (1755-1854)

Opere principali

Sulla possibilità di una filosofia in generale (1794) Sull’Io come principio della filosofia, ovvero sull’incondizionato nel sapere umano (1795), Lettere filosofiche sul dogmatismo e sul criticismo (1796), Idee per una filosofia della natura (1797), Sistema dell’idealismo trascendentale (1800), Bruno, o del principio naturale e divino delle cose (1802), Filosofia e religione (1804), Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana (1809), Filosofia della mitologia e Filosofia della rivelazione, uscite postume.
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La filosofia della natura

Perché la filosofia sia scienza occorre che il principio su cui si fonda sia privo di contraddizioni: soggetto e oggetto si condizionano e si contraddicono reciprocamente. Solo l’incondizionato può stare alla base di una filosofia autentica, in esso infatti ogni contraddizione si annulla perché vi sono contenuti tutti i termini e si manifesta perciò come libertà.

La contraddizione soggetto-oggetto nasce dal fatto che l’uomo "separa l’oggetto dall’intuizione, il concetto dall’immagine, se stesso da se stesso", ma questa separazione non è il fine, è solo lo strumento attraverso il quale egli riflette e pertanto bisogna supporre che il soggetto, lo spirito, e l’oggetto, la materia, siano identici.

L’analisi filosofica ha per oggetto la natura non come prodotto, natura naturata, ma come produttività, natura naturans; da questo punto di vista dimostra l’identità di spirito e materia: esamina i fenomeni "al loro livello più profondo", considerandoli non meri dati, come fa il fisico, ma tappe di un divenire, è fisica speculativa, interpretazione rigorosa dei fenomeni naturali come espressione dell’assoluto.

[Il mio scopo non è applicare la filosofia alla dottrine della natura. Non posso pensare una occupazione più avvilente che una tale applicazione di principi astratti a una scienza empirica già esistente. Il mio scopo è piuttosto fare emergere filosoficamente la scienza naturale e la mia filosofia non è altro che scienza naturale. E’ vero, la chimica ci insegna a leggere gli elementi, la fisica gli agenti, la matematica la natura, ma non si può dimenticare che spetta alla filosofia interpretare ciò che è stato letto. (Introduzione alle idee).]

A questo esame la natura si rivela materia dinamica. Le filosofie dogmatiche spiegano il dinamismo col rapporto causa-effetto; ma in questo modo sfugge loro il senso globale della natura. Per comprendere la globalità bisogna considerare la natura come organismo, in cui le parti hanno senso solo nel tutto che, d’altra parte, non può essere compreso senza le parti che lo compongono.

Alla lettura filosofica la natura si manifesta come processo che va dal semplice al complesso, dalla materia allo spirito; il grado più alto di questa evoluzione è infatti l’uomo, che è insieme corpo, anima, sentimento, ragione; il linguaggio attraverso cui l’uomo si esprime è la testimonianza della complessità e dell’altezza di questo sviluppo.
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L’idealismo trascendentale

Anche il sapere è un processo che presenta le stesse caratteristiche. La domanda qual è l’inizio della conoscenza ha la risposta nell’autocoscienza, l’Io: solo nell’Io, nella conoscenza di sé, pensiero e contenuto sono tutt’uno.

Come nella natura lo sviluppo va dalla materia allo spirito, così nella conoscenza la genesi dell’Io parte dalla sensazione per elevarsi all’intuizione. Nell’intuizione l’Io si sdoppia, si sente diverso dall’oggetto che egli stesso ha prodotto, l’attività teoretica diviene prassi.

Nella prassi la libertà dell’Io viene limitata: non può volere tutto, deve necessariamente volere qualcosa, la natura è il limite della forza dell’Io, "gli altri" il limite dell’esercizio della sua libertà. Il riconoscimento degli altri introduce il problema morale: la libertà degli altri è il limite consapevolmente accettato della libertà individuale. La garanzia che la libertà di uno non impedisca la libertà altrui è compito dell’etica e si realizza attraverso il diritto: poiché la libertà individuale è diritto inalienabile, è necessario che una "legge infrangibile" impedisca che "nella reciproca azione di tutti sia tolta la libertà dell’individuo".

Il sorgere del diritto non è quindi casuale, ma prodotto della genesi dell’Io; la storia, che ci mostra l’evoluzione del diritto, è la testimonianza di questo processo infinito verso la libertà, "la storia, nel suo complesso, è una rivelazione dell’assoluto continua e graduale".

La ragione non può comprendere l’attività inconscia dell’assoluto perché è solo riflessione; attività inconscia e attività consapevole sono un’unica cosa nell’ispirazione artistica; il prodotto artistico infatti è creatività e insieme progetto consapevole. Per queste ragioni l’arte è lo strumento che ci permette di cogliere l’assoluto nel processo creativo, in cui non è possibile distinguere gli opposti; l’arte è perciò la forma di conoscenza più elevata, è l’"organo della filosofia", di una filosofia autenticamente trascendentale e non dogmatica.
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L’identità

L’analisi di questi temi viene approfondita e in parte corretta nelle opere successive. In Esposizione del mio sistema filosofico (1801), Schelling identifica l’Assoluto con la ragione, "all’infuori della ragione nulla vi è e tutto è in essa", ogni essere finito è solo una particolare determinazione dell’assoluto che, di conseguenza è pura identità rappresentata graficamente con la linea retta:

+ +

A=B A=B

A=A

A = B indica l’accentuazione della soggettività, lo spirito, A=B l’accentuazione dell’oggettività, la materia; le formule rappresentano i poli lungo i quali si sviluppa l’assoluto e non è mai possibile uscire dalla forma soggettività - oggettività, da A = A. +

A e B sono gli esseri finiti: il minimo di soggettività (A = B) origina la materia; +

il minimo di oggettività (A = B) produce la conoscenza.

L’unità di finito e infinito è unità di intuizione e pensiero che trova la sua realizzazione più compiuta nella creazione artistica, produzione di modelli eterni, di idee, come afferma Platone.

[In tutti gli esseri naturali il concetto si mostra attivo solo in modo cieco: se fosse la stessa cosa anche nell’artista egli non si distinguerebbe affatto dalla natura. Ma se egli volesse sottomettersi alla realtà completamente e con coscienza e riprodurre con servile fedeltà la cosa come esiste produrrebbe si delle larve, ma non delle opere d’arte. Egli deve dunque allontanarsi dal prodotto o dalla creatura, ma solo per elevarsi fino alla forza creatrice e per coglierla spiritualmente. (Le arti figurative).]
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La libertà

Il rapporto fra finito e infinito è il problema che sta alla base delle Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana ( 1809). In quest’opera sostiene che il finito deve essere pensato come "rottura totale" con l’assoluto, la possibilità di questa separazione è la libertà e l’esistenza diventa sforzo di riconciliazione fra il finito e l’assoluto, la morale è allora perseguimento del fine dell’uomo in fondo al quale può trovare la propria felicità. Libertà e felicità sono le due facce della morale; ma la libertà non è concepibile senza il male, essa può essere pensata solo come possibilità di scelta fra modelli di vita i cui poli sono l’amore, cioè il bene, e l’egoismo, cioè il male. Il male è pertanto "fondamento dell’esistenza", non è una "mancanza", è condizione stessa della possibilità del bene.
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La filosofia positiva

Nelle ultime opere, Filosofa della mitologia (1842) e Filosofia della rivelazione (1854) Schelling teorizza la storia come progressiva realizzazione di Dio nel mondo; l’uomo deve allora comprendere Dio; due sono i modi in cui questa comprensione si realizza: la religione naturale, in cui la conoscenza della divinità avviene attraverso il mito, e quella rivelata in cui Dio si rivela direttamente all’uomo come perno della sviluppo storico.

Nella storia Dio si rivela prima come "poter essere", poi come "esistente" e infine come "dover essere", concetto che ingloba i primi due. In questa prospettiva Dio, che si realizza nella storia, non è limite della comprensione, ma totalità, unità inscindibile di soggettività e oggettività. Considerare Dio limite della comprensione come hanno fatto Cartesio e Hegel rappresenta la filosofia negativa; considerarlo totalità da contemplare mediante un atto libero di volontà rappresenta la nuova proposta di Schelling, la filosofia positiva.
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Considerazione conclusiva

La descrizione delle varie fasi del pensiero di Schelling mette in evidenza come gli stessi temi abbiano di volta in volta assunto significati diversi. Per questo Schelling fu accusato di incoerenza, accusa che ha sempre respinto con la motivazione che il filosofo autentico è in una condizione di perenne ricerca.
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La scuola hegeliana

Negli anni 1830-1850 gli stati tedeschi sono caratterizzati da una profonda contraddizione economica, sociale, politica e culturale: l’industrializzazione comincia ad affermarsi mentre il potere resta nelle mani dell’aristocrazia. La contraddizione modifica, nel campo politico-culturale, i termini del dibattito: l’unità tedesca e la costituzione liberale diventano problemi fondamentali e caratterizzano anche la ricerca filosofica. La scuola hegeliana si divide in tre fronti diversi: una destra, una sinistra e un centro.

La rottura diventa palese e irreversibile dopo la pubblicazione della Vita di Gesù (1835) di David Friedrich Strauss (1808-1874), nella quale viene sostenuta la tesi che Gesù è un mito e non una figura storica, la religione è una verità prodotta dall’immaginazione, i dogmi cristiani sono un fatto culturale relativo a un’epoca storica.

La destra hegeliana sostiene, contro Strauss, che la religione è una manifestazione della ragione e il cristianesimo rappresenta il momento più alto di questa manifestazione, la sua verità è pertanto assoluta.

Forte dell’intuizione di Strauss la sinistra sostiene che il nucleo centrale del pensiero hegeliano sta nella dialettica, motore della storia e strumento per la comprensione della realtà; perciò la progettualità e la capacità di costruzione del futuro sono le caratteristiche fondamentali della conoscenza.

I rappresentanti del centro invece restano alieni da un dibattito che ha un valore immediatamente politico.

In questo panorama della cultura tedesca e della scuola hegeliana i risultati più interessanti vengono raggiunti dagli esponenti della sinistra in particolare da Ludwig Feuerbach.

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Ludwig Feuerbach (1804- 1872)

Opere principali

Pensieri sulla morte e l’immortalità (1830), Intorno a Filosofia e Cristianesimo (1839), Per la critica della filosofia hegeliana (1839),

Essenza del cristianesimo (1841), Principi della filosofia dell’avvenire (1843)

Feuerbach rifiuta ogni filosofia che, come l’idealismo, usi premesse concettuali per ricavare conclusioni che sono, a loro volta, giustificazione delle stesse premesse: è un circolo vizioso che impedisce ogni autentica comprensione.

Non l’idea, ma l’uomo va posto al centro della ricerca filosofica. Peculiarità dell’uomo è la coscienza, che non è la pura e semplice capacità di percepire, ma la facoltà di conoscere, essa si esplica nel pensare, nel volere e nell’amare. La religione esprime tutte le tre azioni, per questo è la più tipica manifestazione dell’uomo.

In quanto strumento di conoscenza la religione deve essere considerata come un fatto antropologico: le credenze religiose non sono né vere, né false, sono miti che dànno un senso all’agire umano; man mano che la scienza progredisce il mito dimostra la propria natura e la religione diventa sempre più estranea alla vita quotidiana. Di conseguenza Dio è una costruzione dell’uomo: egli si sdoppia e proietta fuori di sé le proprie aspettative.

La filosofia diventa lo strumento della liberazione dell’uomo dai vincoli che, con la religione, si è costruito: la religione ha separato l’uomo dalla propria essenza, la filosofia ricostituisce questa unità dimostrando che non l’idea, ma la realtà, non il pensiero, ma la natura sono l’essenza dell’uomo e la via della sua liberazione, "Homo homini deus est - questo è il supremo principio pratico che segnerà una svolta decisiva nella storia del mondo".

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Karl Marx (1818-1883)

Friedrich Engels (1820-1895)  

Opere principali

Opere principali di K. Marx: Differenza fra la filosofia della natura di Democrito e di Epicuro (1841), Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico (1843), Manoscritti economico-filosofici del 1844 (rimasti inediti fino al 1932), Tesi su Feuerbach (1845), Per la critica dell’economia politica ( 1859), n capitale (I libro, 1867), Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 (1850),1118 Brumaio di Luigi Bonaparte (1852), e Critica al programma di Gotha (1875).

Opere principali di F Engels: Lineamenti di una critica dell’economia politica ( 1843), La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845), Antiduhring (1878), L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato (1884), La dialettica della natura (1885) e L. Feuerbach, punto di approdo della filosofia classica tedesca (1886), dopo la morte di Marx cura l’edizione del secondo e terzo volume de Il capitale (1885, 1894).

Opere comuni di Marx e Engels: La sacra famiglia (1845), L’ideologia tedesca (1846), Manifesto del partito comunista del 1848.

Con Marx e Engels la riflessione sulla filosofia hegeliana raggiunge il risultato più significativo per l’importanza del loro pensiero e per i riflessi che esso ha avuto sulla società europea: il marxismo diventa, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, criterio di interpretazione della realtà non solo di ristretti gruppi intellettuali, ma soprattutto delle masse operaie. Questa svolta è senza precedenti nella storia della cultura europea.

Le opere giovanili di Marx

Nella prefazione a Per la critica dell’economia politica Marx ripercorre le fasi della formazione del suo pensiero. La filosofia hegeliana è il primo punto di riferimento dei suoi studi e delle sue riflessioni, ma l’attività giornalistica e la conseguente necessità di prendere posizione sui problemi concreti fanno maturare in lui il bisogno di indagare la natura dello stato, della sua formazione e la convinzione che siano i rapporti sociali a condizionare l’individuo.

L’analisi della natura dello stato induce Marx a rifiutare la teoria hegeliana che ha sostituito alla razionalità concreta, la "logica della cosa", una razionalità astratta che nulla ha a che fare con la realtà, la "cosa della logica".

Nei Manoscritti economico-filosofici (1844) Marx sostiene che per capire l’individuo bisogna analizzarne la condizione nella società. L’ingiustizia della società capitalistica si manifesta nell’alienazione del lavoratore, cioè nella perdita del suo valore di persona e nella sua riduzione a merce attraverso il rapporto di lavoro che la società gli impone.

L’alienazione è determinata dal fatto che il lavoratore resta estraneo al lavoro che svolge, non appartengono a lui gli oggetti che produce. Nel processo di produzione egli viene continuamente privato di quanto ha prodotto, cioè di se stesso, del suo modo di realizzarsi. Nella società capitalistica l’alienazione non è l’oggettivazione delle persone nei prodotti del loro lavoro, è l’espropriazione stessa dell’uomo, è "la perdita di sé" e con essa un rovesciamento inaccettabile del valore della persona.

[L’operaio diventa merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merce che esso produce. La svalorizzazione del mondo cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce solo merci; produce se stesso e l’operaio come merce e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci. (. . .) Ne viene come conseguenza che l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt’al più ancora l’abitare una casa e il vestirsi, e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale. (Manoscritti economico-filosofici del 1844, I).]

Da questa analisi Marx ricava la necessità di pensare un nuovo modello di società che elimini tutte le ingiustizie: la società comunista. "Comunismo" non è la pura e semplice abolizione della proprietà privata, sarebbe questo, dice Marx, "un comunismo rozzo"; comunismo è la liberazione del lavoratore, che si realizza attraverso il riappropriarsi del proprio valore di persona mediante il lavoro.

La rottura con l’hegelismo: la prassi

La riflessione sui problemi concreti porta Marx a vedere nell’economia politica "l’anatomia della società" che, meglio di ogni ideologia, permette la comprensione dei problemi reali dell’uomo ed è perciò la premessa necessaria della loro soddisfazione. Per soddisfare i bisogni degli uomini la realtà deve essere trasformata, non solo interpretata. La guida di questa trasformazione non può essere la filosofia, che per sua natura è visione totalizzante, ideologica, giustificazione dell’esistente; la vera guida è la prassi, unico strumento di verifica di ogni conquista del pensiero: "i filosofi hanno diversamente interpretato il mondo, si tratta di trasformarlo".

Come ogni critica, anche la prassi ha bisogno di uno strumento che ne permetta la realizzazione; quello più significativo è, per Marx, la dialettica hegeliana, purché sia privata del suo "rivestimento speculativo" che non ne permette l’uso scientifico.

La comprensione scientifica infatti presuppone la distinzione fra metodo di indagine e esposizione dei risultati; l’indagine cerca di analizzare il materiale fin nei minimi particolari per capirne le diverse forme di sviluppo e delinearne l’interna connessione attraverso un corpo di concetti di base. Terminato questo lavoro è possibile esporre i risultati della ricerca; la teoria allora potrà sembrare una costruzione a priori perché si è giovata dell’astrazione; di fatto è una cosa ben diversa perché l’astrazione che si compie in questo caso non deriva per deduzione da un principio primo e acquista il suo senso solo dalla verifica sperimentale. Marx considera il suo lavoro come ricerca della comprensione scientifica della società nel suo divenire, come materialismo storico; tale comprensione potrà essere raggiunta solo attraverso l’esame scrupoloso dei fatti documentati da cui ricavare le leggi che regolano i rapporti sociali. La comprensione non è fine a se stessa, ma strumento di modifica della realtà, critica dell’economia politica:

Mi rivolgo a lettori che vogliono imparare qualcosa di nuovo e, dunque, che vogliono pensare da sé.

Il sistema scientifico dell’economia: Il capitale

a) Merce e valore delle merci.

L’elaborazione marxiana inizia con l’analisi del processo di produzione del capitale partendo dall’elemento fondamentale della società capitalistica: la merce.

In primo luogo merce è l’oggetto capace di soddisfare i diversi bisogni umani; da questo punto di vista essa è mero bene di consumo che vale per l’uso che di essa si può fare; il suo valore è il valore d’uso. Ma nella società capitalistica la merce ha soprattutto la forma del valore di scambio: ogni merce equivale sempre a una quantità determinata di merce diversa; questa equivalenza ne permette lo scambio e rende possibile il mercato capitalistico.

Nasce un primo problema: cosa rende equivalenti merci diverse? L’unico elemento comune a merci diverse è il lavoro necessario a produrle. Se il lavoro è l’elemento che permette lo scambio delle merci, il denaro è lo strumento che, storicamente, si è dimostrato più efficace a quantificarne il valore.

Incentivando lo scambio il denaro determina anche una "metamorfosi delle merci"; esse si trasformano in denaro attraverso la vendita e l’acquisto.

I processi di questa metamorfosi sono fondamentalmente due:

1) nelle società precapitalistiche, in cui la merce è essenzialmente un bene di consumo, essa si trasforma in denaro che diventerà nuovamente merce. M-D-M (Merce - Denaro - Merce) è la formula che sintetizza questo tipo di scambio.

2) nella società capitalistica invece la vendita e l’acquisto non hanno senso in sé, ma solo nella loro relazione reciproca: si vende e si acquista per guadagnare. D-M-D (Denaro - Merce - Denaro) è la formula che meglio rappresenta il ciclo dello scambio capitalistico.

b) Plusvalore, profitto, salario.

In questo ciclo il denaro è capitale, denaro che tende a valorizzarsi; alla fine del ciclo il denaro è quantitativamente maggiore rispetto all’inizio, ha prodotto plusvalore.

E’ il plusvalore che differenzia il modo di produzione capitalistico da quelli che l’hanno preceduto; nel capitalismo la produzione di merci non ha come fine la soddisfazione dei bisogni umani, serve solo a far denaro, scopo del capitalista è "il perenne succedersi del guadagnare".

[Generalmente una somma di denaro può distinguersi da un’altra forma di denaro solo per mezzo della sua grandezza. Quindi il processo D-M-D ha le sue premesse non in una distinzione qualitativa dei suoi estremi, in quanto sono tutti e due denaro, ma solo in una diversità quantitativa. In ultima istanza si toglie dalla circolazione una quantità di denaro maggiore di quanto ne sia stato immesso nella prima fase. Il cotone, per es., che è stato acquistato per 100 L. St, viene poi venduto per 100 + 10 L. St., cioè per 110 L. St. La forma compiuta di questo processo è perciò D-M-D’ , in cui D’ = D + D, ossia è uguale alla somma di denaro originariamente anticipata più un incremento. Io chiamo plusvalore (surplus value) questo incremento, cioè questa eccedenza sul valore originario. Perciò il valore originariamente anticipato non solo si mantiene nella circolazione, ma in essa aumenta pure la sua grandezza di valore, aggiunge un plusvalore, cioè si valorizza. E questo movimento lo trasforma in capitale. (Il capitale, 1, 4).]

Si tratta di indagare cosa renda possibile il plusvalore e a spese di chi esso si realizzi. Emerge così una contraddizione fondamentale: il plusvalore, per realizzarsi, ha bisogno dello scambio, ma non può derivare da esso. Se così fosse le merci verrebbero vendute a un prezzo superiore al loro valore, ma allora i capitalisti si trufferebbero a vicenda e al guadagno dell’uno corrisponderebbe una perdita dell’altro; la ricchezza globale rimarrebbe comunque identica. Per creare capitale è necessaria una merce che sia in grado di produrre beni; questa merce è la forza-lavoro cioè l’insieme delle attitudini che l’uomo realizza nel produrre un bene. Nella società capitalistica la forza-lavoro va considerata come merce perché il lavoratore è libero e cede la sua capacità lavorativa per un certo

numero di ore stabilito consensualmente; egli non possiede i mezzi di produzione, non può perciò realizzare le proprie capacità e ha bisogno di chi può metterlo in tale condizione.

La forza-lavoro, in quanto merce, ha un valore diverso da quello dei beni prodotti attraverso il lavoro; essi hanno un valore superiore a quello della forza-lavoro, che è determinato dalla necessità di sopravvivere e assicurare la continuità e il ricambio della manodopera. Ne segue che il plusvalore, cioè la quantità di beni prodotti in più rispetto al valore del salario, può essere considerato "tempo di lavoro superfluo", pluslavoro. Allora si può dedurre che l’operaio viene privato di una parte del valore prodotto; maggiore è il plusvalore, maggiore è lo "sfruttamento della forza lavorativa da parte del capitale, vale a dire lo sfruttamento dell’operaio da parte del capitalista".

c) "Concentrazione" capitalistica e sviluppo tecnologico.

Conseguenze dell’espansione capitalistica sono la progressiva concentrazione del capitale con la conseguente proletarizzazione dei ceti intermedi e le crisi cicliche: l’espansione tende a far aumentare il numero dei lavoratori occupati e, di conseguenza, provoca un aumento dei salari che è a sua volta causa di diminuzione dei profitti. A tutto ciò il capitalista reagisce modificando la struttura del capitale: licenzia gli operai, che per lui rappresentano solo un capitale variabile, e aumenta lo sfruttamento, ad esempio portando la giornata lavorativa da 8 a 10 ore, introduce nuove macchine, il capitale fisso, capaci di produrre una maggiore quantità di merce con una minor quantità di lavoro; riesce così nuovamente a elevare i suoi profitti.

In questa tendenza dello sviluppo capitalistico, Marx trova una legge: la caduta tendenziale del saggio di profitto. Se il saggio di profitto è determinato dal rapporto fra il plusvalore e il capitale, per risolvere il problema delle crisi cicliche, il capitalista, anche se lascia inalterato il valore del capitale variabile, cioè della manodopera, è costretto ad aumentare la quota del capitale fisso, cioè delle macchine; in questo modo il suo profitto tende a diminuire: è la manodopera allora che determina il profitto; se questa diminuisce, diminuisce di necessità anche il profitto. L’aumento delle ore lavorative, la riduzione dei salari sono senza dubbio provvedimenti che il capitalista prende per mantenere elevati i suoi profitti, ma essi hanno un valore relativo perché vengono contrastati dalle associazioni che gli operai si sono dati a loro difesa, resta quindi fondamentale, per il capitalista, l’investimento in tecnologie.

La caduta tendenziale del saggio di profitto favorisce il processo di accumulazione e di concentrazione dei capitali. Da ciò deriva la contraddizione fondamentale del sistema: si riduce progressivamente il numero dei capitalisti e aumenta in proporzione il numero dei proletari; quando la contraddizione diventerà insanabile, esso sarà necessariamente superato da altri modi di produzione. Il problema politico delle associazioni del movimento operaio non può essere quindi la lotta contro le macchine, contro la scienza e la tecnica, ma dovrà essere quello di creare la consapevolezza dei processi economici senza la quale non è possibile alcuna prassi rivoluzionaria.

Una fondazione scientifica del socialismo

Il problema di una fondazione scientifica della teoria socialista non è solo teorico, è prima di tutto politico: non è possibile alcuna prassi rivoluzionaria, la "critica delle armi", senza teoria rigorosa, senza "le armi della critica".

L’analisi scientifica del capitalismo, mettendone in evidenza la natura storica, sostiene e dà significato all’obiettivo politico del movimento socialista: l’affrancamento della classe operaia.

E’ questo il senso delle polemiche di Marx contro tutti coloro che pensavano a scorciatoie nella lotta per la liberazione del proletariato e per questo proponevano obiettivi confusi e irrealizzabili come nel programma del Partito operaio socialdemocratico tedesco formatosi nel 1874 attraverso l’unificazione delle varie associazioni operaie e ratificato nel congresso di Gotha.

La critica di Marx al programma del nuovo partito parte dal riconoscimento del valore dell’unità politica degli operai, ma afferma anche che obiettivi confusi non possono portare alla realizzazione degli ideali socialisti. Affermare che "il lavoro è la fonte di ogni ricchezza e civiltà e siccome un lavoro utile è possibile solo nella società e attraverso la società, il reddito del lavoro appartiene interamente, con uguale diritto a tutti i suoi membri" e che la proprietà comune dei mezzi di produzione è lo strumento "per l’organizzazione sociale di tutto il lavoro con una giusta ripartizione del reddito" significa, per la contraddittorietà delle parole d’ordine, non avere capito il meccanismo dell’economia e condurre il movimento operaio alla sconfitta politica. Proclamare il diritto all uguaglianza in una società borghese significa non comprendere le leggi generali dell’organizzazione della produzione di cui nemmeno una società comunista, nata dall’abbattimento di quella capitalista, potrebbe fare a meno.

Solo in un secondo tempo la logica solidaristica del comunismo potrà dimostrare il proprio valore.

[In una fase più avanzata della società comunista, dopo la scomparsa della subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche del contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro è diventato non solo mezzo di vita, ma anche il primo bisogno di vita; dopo che con lo sviluppo completo degli individui sono aumentate anche le loro forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze collettive scorrono in abbondanza, soltanto allora può il ristretto orizzonte giuridico borghese essere oltrepassato e la società può scrivere sulle sue bandiere: - ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni!.(Critica al programma di Gotha)]

Friedrich Engels

Engels normalmente viene indicato come il creatore, all’interno del marxismo, del cosiddetto materialismo dialettico (la formulazione è di Lenin), teoria che viene aggiunta al materialismo storico quasi a completarne il significato. Per un verso quindi viene letto come l’interprete che ha portato a una coerente conclusione il pensiero marxiano, dall’altro come colui che ha ridotto in termini meccanicisti una teoria che ha nella liberazione dell’uomo il suo centro motore.

La prima opera significativa in questo senso è L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato (1884). Come il darwinismo aveva dimostrato, l’evoluzione è una caratteristica fondamentale dell’uomo, dunque anche l’idea sua e di Marx, che tutte le formazioni sociali sono soggette a un’evoluzione storica, trova conferma dalla biologia. Per Engels comunque ciò non può significare che le modificazioni della società siano determinate da un complesso di leggi biologiche. Contro le tesi meccaniciste diffuse nel movimento operaio tedesco per le quali il partito socialdemocratico doveva occuparsi solo dell’economia, egli afferma che l’economia è si determinante per l’evoluzione sociale e quindi per la lotta politica, "ma solo in ultima istanza", anche le condizioni culturali, religiose e politiche hanno un peso significativo nella evoluzione dei rapporti umani che il dirigente politico non può ignorare se non vuole andare incontro a una inevitabile sconfitta. E’ questo il motivo dominante dell’Antiduhring.

Così anche ne La dialettica della natura (1873-85), opera alla quale lavora saltuariamente e che per questo è rimasta incompleta, sostiene che le leggi della dialettica hegeliana "sono leggi reali dell’evoluzione della natura" a condizione di non considerare la dialettica legge assoluta del pensiero per la quale la natura è un complesso di elementi isolabili; anche la natura deve essere intesa come un insieme di processi e di relazioni; sono questi processi e queste relazioni che vanno analizzate e comprese.

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GLOSSARIO

ARTE

In Schelling è "il solo organo vero ed eterno e al tempo stesso il solo documento della filosofia che costituisca una testimonianza permanente di ciò che la filosofia non può esprimere se non in modo esteriore"; l’arte la forma più elevata di conoscenza perché in essa attività inconscia e attività consapevole coincidono; questa coincidenza viene colta intuitivamente dal genio "dall’intelligenza creativa" che produce l’opera d’arte.
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ASSOLUTO

Ciò che esiste di per sé; è quindi incondizionato e infinito. Nell’idealismo l’Assoluto è l’oggetto della filosofia, perché ad essa spetta il compito di trovare il principio che fonda la verità di ogni scienza: solo l’Assoluto può garantire la sistematicità del sapere. Per Fichte questo principio è la coscienza, lo assoluto, che l’uomo percepisce immediatamente attraverso l’intuizione intellettuale cogliendone la struttura dialettica. L’Io assoluto si rivela perciò come processo, come azione; è la ragion pratica pertanto a fondare la ragion teoretica. Essendo principio primo è anche incondizionato, l’essenza dell’assoluto è la libertà. Per Schelling è il principio infinito da cui deriva la realtà che non può essere ridotto né al soggetto, al pensiero, né all’oggetto, la natura: deve necessariamente essere pensato come unità e identità di entrambi i termini perché è l’unico fondamento possibile della realtà e del sapere; la filosofia, avendo per oggetto l’Assoluto, è insieme "filosofia della natura" e "filosofia trascendentale".
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DIALETTICA

Il significato classico di "ricerca della verità" (Platone) o di "ragionamento opinabile" (Aristotele) che hanno come riferimento il significato etimologico di "discussione" è stato modificato da Kant che nella dialettica trascendentale confuta i ragionamenti coi quali la ragione pretende di conoscere l’incondizionato: in questa confutazione, in particolare nella cosmologia razionale, Kant mette in evidenza la contraddizione che la ragione incontra (antinomie). Questa contraddizione viene poi sviluppata dall’idealismo: l’intuizione dell’Assoluto che è identità e opposizione a un tempo, non può essere espressa dalla ragione analitica; solo la ragione dialettica, la ragione "sintetica", permette di cogliere l’identità nell’opposizione: il metodo dialettico quindi è lo spartiacque fra le filosofie dogmatiche e le filosofie autenticamente trascendentali, le filosofie della libertà.
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FILOSOFIA

E’ il sapere che ha per oggetto l’Assoluto e per fine la verità. Anche la filosofia quindi deve strutturarsi come "sistema", come sapere in cui tutte le proposizioni si connettono e nel principio primo hanno il loro criterio di verità. Inoltre, avendo per oggetto l’Assoluto, la filosofia determina anche il senso delle altre scienze: è quindi "scienza di tutte le scienze" (Fichte) criterio di interpretazione di ciò che le altre scienze hanno scoperto (Schelling).
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IDENTITÀ

Schelling definisce l’identità "l’inseparabile coessere del finito con l’infinito". Dal momento che l’Assoluto è la totalità che dà senso a ogni essere, in esso ogni differenza perde significato, tutto è identico. La diversità dipende dalla accentuazione che possiamo dare a un elemento del tutto sull’altro, possiamo accentuare la soggettività oppure l’oggettività, ma tutto ciò che noi possiamo conoscere resta sempre interno all’Assoluto. La natura quindi non deve essere concepita come Non-io, come limite dell’Io, alla maniera di Fichte: l’Assoluto sarebbe in questo caso condizionato dal proprio limite e la filosofia negherebbe la propria ragion d’essere riducendosi a una delle tante scienze.
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IO

Per Fichte è "il principio assolutamente primo, assolutamente incondizionato di tutto l’umano sapere" e coincide pertanto con l’Assoluto. Comunemente si crede che ogni forma rigorosa di sapere derivi dalla verità dei principi logici; a ben guardare la logica separa forma e contenuto; questa separazione non è originaria perché è frutto di astrazione, richiede l’azione di un intelletto libero. La verità dei principi logici si fonda quindi su un atto di coscienza, l’intuizione del valore assoluto dell’Io: il principio di identità A = A è un’astrazione che si fonda sulla percezione della verità del principio Io sono Io. In quanto principio assoluto l’Io è attività, è autoproduzione, il fondamento del sapere è quindi prassi e poiché l’lo è attività libera e infinita il suo autoprodursi è infinito e illimitato.
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INTUIZIONE

Sia in Fichte che in Schelling è l’atto interno, intellettuale, con cui l’Assoluto, l’Io conosce e pone se stesso. Non è pertanto solo un atto contemplativo, ma è insieme conoscenza e autoproduzione dell’Io nel processo dialettico (Fichte) coscienza che emerge nel farsi continuo della natura e che permette l’interpretazione coerente e rigorosa di tutti i fenomeni naturali, alla filosofia infatti spetta il compito di dare un senso alle conoscenze che ogni scienza produce (Schelling).
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LIBERTÀ

E’ l’essenza dell’Assoluto e pertanto è il principio di ogni filosofia autenticamente trascendentale. Se l’Assoluto è libertà il suo farsi, e quindi l’uomo, la società, lo stato sono caratterizzati da una sempre maggiore libertà; la storia universale è la registrazione del processo verso la libertà, che è la perfezione a cui l’uomo tende. Per questo Fichte può scrivere "il mio sistema è il primo sistema della libertà: come quella nazione [la Francia] liberà l’uomo dalle catene esterne, così il mio sistema lo libera dai ceppi della cosa in sé, dell’influenza esterna, e lo istituisce come fondamento primo nel suo essere indipendente" (Lettera a Baggesen, 1795); e Schelling definisce la libertà come "l’alfa e l’omega di tutta la filosofia" (Lettera a Hegel, 1795). Schelling nelle ultime opere, in quelle della filosofia positiva, vede in questa evoluzione della storia il segno dell’intervento della Provvidenza divina.
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MORALE

Secondo Fichte la ragione teoretica non può superare la contrapposizione finito-infinito, che viene invece risolta dalla ragion pratica: l’Io infatti è essenzialmente un processo dialettico, un farsi che tende a realizzare la propria natura incondizionata; fine dell’agire dell’Io è la libertà che, di conseguenza, è anche il fine dell’agire morale. L’imperativo categorico è quindi "Io devo agire liberamente per diventare libero". Agire per la libertà significa riconoscere a tutti gli altri io lo stesso diritto e dal momento che nulla può avvenire fuori dell’Io, ogni azione individuale si riflette sugli altri, agire per la libertà richiede quindi la coscienza della responsabilità; l’azione morale comporta l’agire secondo coscienza. Anche secondo Schelling l’Assoluto è attività e l’azione richiede un atto di volontà libero che ha come riferimento necessario gli altri: "il problema di ogni etica è questo: mantenere la libertà dell’individuo mediante la libertà generale" (Lettere filosofiche).
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NATURA

per Fichte è la negazione dialettica dell’Io, è Non-io. Per Schelling, pensare la natura come negazione, limite dell’Io significa negare all’Assoluto le caratteristiche che lo definiscono. La natura quindi deve essere pensata piuttosto come Io Oggettivato. La filosofia deve pertanto esaminare la natura secondo il concetto di Assoluto, come totalità che diviene, come natura naturans, anziché come oggetto divenuto natura naturata; quest’ultimo è compito delle scienze empiriche, poiché la filosofia ha come oggetto l’Assoluto e come fine la verità dovrà darsi la forma di scienza in senso stretto: la filosofia della natura sarà pertanto fisica speculativa considerazione della natura come aspetto dell’Assoluto e non come dato in sé.
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RAPPRESENTAZIONE

Il termine designa in generale tutto ciò che è presente in maniera cosciente nella mente; questo è anche il significato kantiano. In Fichte è sinonimo di "coscienza" in Schelling di "Io" in quanto il soggetto nel processo di conoscenza distingue se stesso dall’oggetto rappresentato, quest’ultimo dall’oggetto reale e riferisce il contenuto della coscienza all’oggetto reale. La coscienza, per Fichte, l’Io per Schelling, rappresentano il principio fondamentale su cui costruire ogni conoscenza rigorosa.
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TRASCENDENTALE

Il significato kantiano, "ciò che concerne il fondamento a priori dell’esperienza possibile", viene assunto nell’idealismo come carattere dell’Assoluto di cui possiede tutte le determinazioni. Trascendentale è perciò incondizionato, libero; una autentica filosofia trascendentale non può essere altro che filosofia della libertà, che si contrappone a ogni concezione dogmatica.
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