La logica dialettica: essere, essenza, concetto
La logica come scienza dell’idea pura

La logica dialettica: essere, essenza, concetto

A causa dell’occupazione francese della città di Jena, Hegel fu costretto a trasferirsi prima a Bamberga, poi a Norimberga, dove accettò l’incarico di rettore e di professore di filosofia nel locale ginnasio, e infine ad Heidelberg, chiamato presso l’Università. Questo periodo, che va dal 1808 al 1817, viene convenzionalmente chiamato "periodo sistematico" perché il filosofo attese alla sistemazione organica e definitiva della sua concezione. Negli anni tra il 1812 e il 1816 elaborò la Scienza della logica, ch’egli considerava come la prima parte del suo sistema; sistema che, poi, troverà compiuta articolazione nella Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, pubblicata nel 1817.

Della logica norimberghese, i cui termini fondamentali si ritroveranno, sintetizzati, nella Enciclopedia, non presenteremo un’esposizione dettagliata, ma solo gli aspetti piú importanti e il significato generale.

Nella Fenomenologia Hegel ha mostrato come lo spirito umano "si muove" nei suoi modi d’esistenza e nelle sue forme storiche di vita, secondo modelli che possono essere interpretati come "logici"; anzi il suo stesso "muoversi" segue le regole di una "logica dialettica" interna; sicché chi analizza il "movimento" dell’umanità, anche a livello di comportamento dei singoli uomini, deve adottare un procedimento mentale, un processo logico, anch’esso di tipo "dialettico", per comprendere nel profondo, nelle sue trame, lo sviluppo dell’uomo come spirito che conosce ed agisce.

Nella Scienza della logica Hegel intende astrarre le regole della logica dialettica dal suo contenuto reale, e studiarle in sé; ossia vuole studiare le regole del reale come regole, in sé, del pensiero che pensa e conosce il reale. La logica, pertanto, è il versante soggettivo della metafisica, che è lo studio delle leggi di sviluppo del reale oggettivo. E poiché nella Fenomenologia Hegel ha rilevato che la funzione conoscitiva dello spirito si articola nei tre momenti di coscienza, autocoscienza e ragione, e dal momento che la coscienza attinge l’essere nella sua indeterminatezza, l’autocoscienza coglie l’essenza e la ragione si eleva al concetto, nella Logica Hegel individua come strutture fondamentali del pensiero proprio le categorie: essere, essenza e concetto. Di queste il concetto viene considerato lo strumento logico della ragione perché coglie, della realtà, l’esterno e l’interno, l’apparenza e l’essenza, il reale e l’ideale; Hegel considera una ragione cosí intesa come lo strumento proprio della "concezione idealistica" perché non implica frattura tra i termini opposti tra loro, e quindi non cade nei limiti delle concezioni "soggettivistiche" e di quelle "realistiche" o dogmatiche.

Anche la Scienza della logica dunque è fondata sull’identità di reale e razionale già indicata nella Fenomenologia. Anzi Hegel mostrerà che tale identità sarà la grande scoperta che lo spirito farà quando renderà il suo stesso pensiero oggetto della sua riflessione.

Qual è, dunque, il concetto stesso di "logica" che Hegel propone?

Il concetto che fino a qui si è avuto della logica è basato sulla separazione, presupposta una volta per sempre nella coscienza ordinaria, del contenuto della conoscenza dalla forma di essa, sulla separazione cioè della certezza e della verità. Si presuppone in primo luogo che la materia del conoscere sussista già in sé e per sé quale un mondo bell’e compiuto al di fuori del pensiero, che il pensiero sia di per sé vuoto, che sopravvenga a quella materia estrinsecamente quale una forma, si riempia di essa e solo con questo acquisti un contenuto, e cosí diventi un conoscere reale.

Questi due elementi poi... vengono ordinati l’uno di fronte all’altro per modo che l’oggetto sia un che di già per sé compiuto, un che di già pronto, che per la sua realtà possa perfettamente fare a meno del pensiero e che all’incontro il pensiero sia qualcosa di manchevole cui occorra completarsi in una materia, e cioè rendersi a questa adeguato quale una cedevole forma indeterminata. Verità è l’accordo del pensiero con l’oggetto; e al fine di produrre questo accordo (poiché esso non sussiste in sé e per sé) bisogna allora che il pensiero si adatti e si acconci all’oggetto.

(Scienza della logica)

Ma questa concezione della logica, che Hegel vede ancora circolare ai suoi tempi, in realtà sacrifica quanto c’era di piú vero nella vecchia metafisica.

La vecchia metafisica aveva un concetto assai piú alto del pensiero, che non quello ch’è venuto di moda ai nostri tempi. Metteva cioè per base che quello, che per mezzo del pensiero si conoscesse delle cose, e nelle cose, fosse il solo veramente vero che le cose racchiudessero. Il vero, per quella metafisica, non erano quindi le cose nella loro immediatezza, ma soltanto le cose elevate nella forma del pensiero, le cose come pensate. Quella metafisica riteneva perciò che il pensiero e le determinazioni del pensiero non fossero un che di estraneo agli oggetti, ma anzi fossero la loro essenza, ossia che le cose e il pensare le cose coincidessero in sé e per sé, che il pensiero nelle sue determinazioni immanenti, e la vera natura delle cose, fossero un solo e medesimo contenuto.

(s. d. log.)

La separazione del pensiero dalla realtà è il peccato commesso da quelle che Hegel chiama "filosofie della riflessione"; filosofie che si fondano non già sulla "ragione", che unifica relazionando, bensí sull’"intelletto ", che separa astraendo il concetto dall’essenza. È chiaro il riferimento a Kant e Jacobi.

Ma l’intelletto riflettente s’impadroní della filosofia... Per l’intelletto riflettente o riflessivo è da intendere in generale l’intelletto astraente e con ciò separante, che persiste nelle sue separazioni. Volto contro la ragione, cotesto intelletto... fa valere la sua veduta che la verità riposi sulla realtà sensibile... e che la ragione... non dia fuori che sogni. Ora in questa rinuncia della ragione a se stessa il concetto della verità va perduto, la ragione viene ristretta a conoscere soltanto una verità soggettiva..., soltanto qualcosa cui la natura dell’oggetto stesso non corrisponda. Il sapere è tornato ad essere l’opinione.

(sc. d. log.)

Certo "l’accennata riflessione consiste nel sorpassare il concreto immediato, e nel determinarlo e dividerlo" traducendolo in concetti; e in ciò sta la sua funzione utile. Ma

la riflessione deve anche sorpassare queste sue determinazioni divisive, e metterle anzitutto in relazione tra loro. Ora in questo punto del metterle in relazione vien fuori il loro contrasto. Codesto riferire della riflessione appartiene in sé alla ragione; il sollevarsi sopra a quelle determinazioni che va fino alla visione del loro contrasto, è il gran passo "negativo" verso il vero concetto della ragione.

(Sc. d. log.)

Sicché la logica per Hegel è la scienza delle relazioni tra i concetti, o meglio scienza che riporta sul piano del pensiero le relazioni tra le cose, che indica come leggi del pensiero le leggi che connettono la realtà. Poiché la realtà "si muove", la logica deve mostrare come il movimento del pensiero corrisponda a quello della realtà, ne segua lo stesso ritmo. Poiché la realtà si evolve secondo un ritmo dialettico, per cui ogni momento "finito" è sintesi, cioè riunificazione e superamento dei due momenti opposti tra loro, la logica dev’essere anch’essa dialettica, cioè mostrare che ogni concetto nasce come sintesi, cioè riunificazione e superamento, di due concetti tra i quali sussiste relazione di opposizione. La scienza della logica è dunque la scienza della individuazione dei contrasti tra concetti e della riunificazione degli opposti logici in un concetto superiore.

Ma come avviene il passaggio dalla opposizione al superamento, cioè alla sintesi? Prendiamo ad esempio un tema che sarà sviluppato nell’Enciclopedia; ci permetterà di vedere meglio come alla trama che lega gli eventi corrisponda una trama di concetti.

La "famiglia" è, sì una realtà in sé, è caratterizzata da una "individualità ", ma nessuna famiglia vive e potrebbe vivere in sé, chiusa nella propria individualità; per poter vivere deve aprirsi al rapporto con le altre famiglie, deve entrare in un rapporto societario con esse; quindi, per esistere, le famiglie devono costituire una "società civile"; ma la società è la "negazione" della famiglia, nel senso che le famiglie, per costituire una società, devono negare la propria individualità, devono rompere esse stesse la propria particolarità. La società, che è l’opposto della famiglia, nasce dunque dalla autonegazione della stessa famiglia; sicché la famiglia, come individualità, cioè fuori dalla società, è una pura "astrazione"; anzi sussiste come individualità (negata) solo nel rapporto societario. Tuttavia la società non è meno "astratta" della famiglia, perché un vincolo societario non sussiste senza le famiglie, da un lato, e senza norme e istituzioni organizzative che lo favoriscano, lo garantiscano e lo tutelino, dall’altro. Quindi la società, come realtà in sé, non esiste fuori delle famiglie e fuori di un’organizzazione statale. La società deve pertanto "negare" la sua presunta realtà assoluta, cioè la sua "astrattezza", e deve recuperare la sua natura concreta di vincolo tra famiglie garantito da leggi e istituzioni. La società non esiste come punto d’arrivo; anzi, non esiste se non in uno stato. Sicché lo "stato" costituisce l’unica vera "realtà", cioè ciò che dà vita concreta alla "famiglia" e alla "società", relazionandole, comprendendole in sé, "conservandone" l’essenza e "togliendone" la particolarità, l’assolutezza, e in definitiva l’astrattezza. Se consideriamo, allora, sul piano logico, il rapporto tra il concetto di famiglia, quello di società e quello di stato, noteremo che essi si dispongono, rispettivamente, in una relazione di "tesi", "antitesi" e "sintesi", di cui i primi due elementi sono "astratti", e troveranno "concretezza" e "verità" solo nel terzo; d’altra parte la "sintesi" è il prodotto di un processo di "doppia negazione", nel senso che la sintesi è il prodotto dell’autonegazione dell’antitesi che, a sua volta, è l’opposto nato dall’autonegazione della tesi. Cosí che (costituendo queste le leggi insieme della realtà e del pensiero) solo il rapporto al concetto di società ci permette di comprendere il concetto di famiglia, e solo il rapporto al concetto di famiglia e a quello di stato ci permette d’intendere il concetto di società. Come pure, i concetti di famiglia (tesi) e quello di società (antitesi) sono insignificanti in sé e per sé, e indeterminabili se non visti nella loro unità sintetica costituita dal concetto di stato, che, d’altra parte, non ha alcun senso se non come unità di quei due, che tra loro sono "contrari".

Come nel processo reale, cosí pure in quello logico è indispensabile dunque il momento della negazione; negazione che, come nella realtà, non distrugge, sul piano logico, non annienta; insomma tale negazione permette la relazione sul piano reale e permette la comprensione sul piano logico.

l’unico punto, per raggiungere il procedimento scientifico,... è la conoscenza di questa proposizione logica: che il negativo è insieme anche positivo, ossia che quello che si contraddice non si risolve nello zero, nel nulla astratto, ma si risolve essenzialmente solo nella negazione del suo contenuto particolare; vale a dire che una tale negazione non è una negazione qualunque, ma la negazione di quella cosa determinata che si risolve ed è perciò negazione determinata. Bisogna, in altre parole, saper conoscere che nel risultato è essenzialmente contenuto quello da cui esso risulta. Quel che risulta, la negazione, in quanto è negazione determinata, ha un contenuto. Codesta negazione è un nuovo concetto, ma un concetto che è superiore e piú ricco che non il precedente. Essa infatti è divenuta più ricca di quel concetto. Contiene dunque il concetto precedente, ma contiene anche di piú, ed è l’unità di quel concetto e del suo opposto.

(Sc. d. log.)

Una logica dunque che voglia "comprendere" la realtà, non può essere "logica dell’identità" del concetto con se stesso (che è propria del pensiero astratto, di quello, cioè, che astrae - immobilizzandolo - il concetto dal reale in continuo divenire; e definisce il concetto singolo come un’entità fissa, assoluta e autosufficiente), ma dev’essere una "logica della contraddizione" (che è il solo modo con cui il pensiero può cogliere una realtà in movimento, e può comprendere ogni singolo momento reale relazionandolo agli altri e all’intera realtà diveniente).

Del metodo logico-dialettico, come unico strumento di comprensione del reale, Hegel afferma:

so ch’esso è l’unico vero. Questo risulta già di per sé da ciò: che un tal metodo non è nulla di diverso dal suo oggetto e contenuto...; nessuna esposizione (del reale) può valere come scientifica, la quale non segua l’andamento di quel metodo e non si uniformi al suo semplice ritmo, perché è l’andamento della cosa stessa.

Ordinariamente si prende la dialettica come un procedimento estrinseco e negativo (rispetto alla realtà), che non appartenga alla cosa stessa...

Il metodo assoluto, invece, non si conduce come riflessione estrinseca, ma prende il determinato dal suo oggetto stesso, poiché ne è appunto il principio immanente e l’anima.

(s d log. )

La logica dialettica si fonda quindi su "universali" (concetti) non "astratti" ma "concreti", non "soggettivi" ma "oggettivi"; essi non sono frutto della separazione del pensiero dalla realtà, ma strumenti che rispecchiano sul piano del pensiero soggettivo l’oggettività del reale. Anzi a rigor di termini, l’"oggetto" trova la sua verità solo nel "concetto" inteso "dialetticamente".

l’oggetto - com’è senza il pensare e senza il concetto - è una rappresentazione ovvero anche un nome; son le determinazioni di pensiero e di concetto quelle in cui esso è quel che è. Nel fatto è quindi da loro sole che tutto dipende. Esse sono il vero oggetto e contenuto della ragione. Non si deve pertanto attribuire a colpa di un oggetto e del conoscere se, per l’indole loro e per un collegamento esteriore, si dimostrino dialettici.
(Sc. d log)

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La logica come scienza dell’idea pura

Dopo che, nel 1816, ha accettato l’incarico d’insegnamento di filosofia all’Università di Heidelberg, Hegel si appresta a dare ristrutturazione, completa nelle sue parti e definitiva nella forma, al suo sistema con la redazione della Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, che viene pubblicata una prima volta nel 1817 e, in altre due edizioni ampliate, nel 1827 e nel 1830. Quest’opera, che fu definita "la Bibbia dello hegelismo", denuncia nello stesso titolo il suo programma: presentare organicamente tutti gli aspetti dello scibile, in una visione del mondo articolata filosoficamente, per concetti, e secondo il metodo logico-dialettico. Dopo una prima parte riservata ai problemi generali e preliminari, Hegel presenta il suo sistema incardinato sulla "triade" fondamentale, il cui primum è l’Idea, il Pensiero nella sua forma pura, cioè come pensiero che pensa, di cui la scienza corrispondente è la Logica. l’Idea, poi, che costituisce la tesi, nel processo, per movimento interno, supera la sua "astrattezza" e produce il suo contrario, l’antitesi, ossia la Natura, che pertanto è oggetto della Filosofia della natura, e che viene studiata nella sua articolazione interna e nelle sue caratteristiche specifiche, cioè quelle fisiche, opposte al pensiero. Ma poiché anche la Natura rivela un interno movimento che mostra come la realtà materiale tende ad una sempre piú complessa organizzazione e ad una sempre piú evidente "negazione" delle sue caratteristiche puramente fisiche, Hegel pone come terzo elemento del processo lo Spirito, l’uomo, come sintesi dei due elementi prima opposti (Pensiero e Natura), presentandolo come la natura che ha acquistato consapevolezza, come materia che ha finalmente recuperato in sé il pensiero - cioè il primum da cui è derivata -, o come pensiero che ha acquistato particolarizzazione fisica: la scienza corrispondente è la Filosofia dello spirito.

Ognuno di questi tre momenti poi viene studiato nelle sue articolazioni interne; ma in modo da individuare in esso sempre il movimento dialettico tra le fasi della sua evoluzione. Così per anticipare un esempio, lo spirito, cioè l’uomo, viene considerato prima in se stesso, come spirito soggettivo (tesi), poi nel suo aprirsi agli altri uomini con le organizzazioni e le istituzioni civili, ossia come spirito oggettivo (antitesi), e infine nelle funzioni che lo caratterizzano come spirito assoluto (sintesi), ossia quelle in cui la sua vita soggettiva e quella oggettiva, la sua dimensione finita e quella infinita si sintetizzano.

Ma anche queste fasi particolari dello sviluppo intrinseco ai tre momenti della triade fondamentale vengono studiate dialetticamente, che è il solo modo per cogliere l’ulteriore articolazione interna. Sicché (tanto per restare nell’esempio già indicato) dello spirito assoluto vengono considerati, disposti secondo lo schema dialettico-triadico, l’arte, la religione e la filosofia come elementi che contraddistinguono la sua vita interna.

Ma passiamo ora all’esposizione delle linee essenziali dell’opera.

Nel chiedersi che cos’è la filosofia, quale ne è l’oggetto, il metodo, quali i fini, Hegel, in apertura dell’opera, afferma, in modo apparentemente sconcertante, che a tali domande non è possibile dare una risposta. La filosofia è... la filosofia: che cosa essa sia lo si può capire solo seguendo il suo discorso; insomma essa si spiega da sé, senza preventive dichiarazioni di metodo e di contenuto.

Certo, essa può esser definita, in un primo modo rozzo e approssimativo, come "la considerazione pensante della realtà". Ma tale definizione non è applicabile anche alla religione, o anche alle altre scienze? Soprattutto alla religione: infatti

la filosofia ha i suoi oggetti in comune con la religione, perché oggetto di entrambe è la verità, e nel senso altissimo della parola, in quanto cioè Dio e Dio solo è la verità. Entrambe inoltre trattano il dominio del finito, della natura e dello spirito umano, e della relazione che hanno tra loro e con Dio come loro verità.

(Enciclopedia)

Allora la filosofia è sí "considerazione pensante"; ma qui il pensiero agisce in un modo diverso da quello della religione. Il pensiero è, certo, uno solo; ma molteplici sono le forme in cui esso esprime se stesso; quella superiore è la filosofia, cioè il pensiero che pensa il reale con gli strumenti della razionalità, ossia per concetti. Sicché, parlando per distinzione e per esclusione, mentre la religione è la considerazione "rappresentativa" della realtà, la filosofia ne è la considerazione "concettuale".

Altro è avere sentimenti e rappresentazioni... e altro è avere pensieri sopra di essi. Solo i pensieri prodotti dalla riflessione sopra quei modi della coscienza, sono ciò che s’intende per riflessione ragionamento e simili, ed anche per filosofia.

(Encicl.)

Insomma: della realtà noi ci formiamo immagini sentimentali, rappresentazioni sensibili, creazioni fantastiche; questi sono tutti frutti dell’unico pensiero, ma ciascuno in una sua diversa forma e funzione. Quando poi elaboriamo questi frutti del pensiero, liberandoli dalla loro specifica forma e traducendoli in astrazioni, allora abbiamo una conoscenza concettuale, cioè filosofica, del reale.

Il contenuto, del quale è riempita la nostra coscienza, ... dà il carattere determinato ai sentimenti, intuizioni, immagini, ai fini, doveri, e via dicendo. E anche ai pensieri e concetti. Sentimento, intuizione, immagine ecc. sono, dunque, le forme di quel contenuto, il quale resta uno e medesimo.

Sentimenti, intuizioni, appetizioni, volizioni ecc. in quanto se ne ha coscienza, vengono denominati, in genere, rappresentazioni. Si può dire perciò, in generale, che la filosofia pone al posto delle rappresentazioni pensieri, categorie, e, piú propriamente concetti...; la riflessione fa, in ogni caso, almeno questo: trasforma i sentimenti, le rappresentazioni ecc. in pensieri.

(Encicl.)

Ma il campo non è ancora libero da equivoci; infatti anche le "scienze empiriche", ad esempio, traducono le esperienze in concetti, il particolare nell’universale, il concreto in astratto. Qual è la differenza, allora, tra esse e la filosofia? Hegel fornisce ulteriori precisazioni. l’oggetto della filosofia è il reale, ma non propriamente l’accidentale.

Il suo contenuto non è altro se non quello che originariamente si è prodotto e si produce nel dominio dello Spirito vivente, e divenuto mondo, mondo esterno ed interno della coscienza, il suo contenuto è la realtà. La prima coscienza di questo contenuto noi chiamiamo esperienza. Ma già una considerazione intelligente del mondo distingue ciò che del vasto regno dell’esistenza, interna ed esterna, è semplice apparizione, fuggevole ed insignificante, da ciò che in sé merita veramente il nome di realtà.

(Encicl.)

Dunque, la realtà oggetto della filosofia è la razionalità che sottende a tutte le manifestazioni empiriche che noi percepiamo come apparenze; sicché il compito della filosofia è mostrare l’accordo tra il reale e le sue apparizioni, tra la realtà e l’esperienza.

Ciò che è razionale e reale; e ciò che è reale è razionale. Queste semplici proposizioni sono sembrate strane a parecchi... Per ciò che riguarda il significato filosofico è da presupporre tanta cultura che si sappia non solo che Dio è reale, che è la cosa piú reale, e che è la sola veramente reale, ma anche... che l’esistenza è, in parte, apparizione e solo in parte realtà. Nella vita ordinaria si chiama a casaccio realtà ogni capriccio. Ma già anche per l’ordinario modo di pensare, un’esistenza accidentale non meriterà l’enfatico nome di reale: l’accidentale è un’esistenza che non ha altro maggior valore di un possibile, che può non essere allo stesso modo che è. Pertanto per sommo fine della filosofia è da considerare il produrre... la conciliazione della ragione cosciente di sé con la ragione quale è immediatamente, con la realtà. (Encicl.)

Se per reale è da intendersi la trama razionale immanente alle manifestazioni accidentali, allora la filosofia non s’interessa di pure "chimere", o di astratti "ideali", perché l’immagine "ideale" dell’universo persiste nell’universo stesso; la sua struttura razionale non è fuori di esso - in una dimensione divina "separata" da esso, o anche nella nostra mente - ma nel mondo stesso.

Sicché la differenza fra scienze empiriche e filosofia consiste proprio nella materia, nel contenuto. Le scienze empiriche elaborano gli accidentali traducendoli in universali, in misure costanti, in leggi necessarie. La filosofia "legge" l’universale dietro, oltre gli accidentali, come la base della loro oggettiva relazione.

Noi quelle scienze... denominiamo invece scienze empiriche, dal punto di partenza che assumono, anche se l’essenziale che esse hanno di mira e producono sono leggi, proposizioni generali, una teoria; sono i pensieri di ciò-che-esiste. Per quanto siffatta conoscenza possa soddisfare nel suo proprio campo, c’è, in primo luogo, un’altra cerchia di oggetti che non sono compresi in quella: la libertà, lo spirito, Dio, che non sono appresi per esperienza sensibile. Quegli oggetti escono fuori dal campo empirico perché si dimostrano subito, per il loro contenuto, infiniti.

(Encicl.)

Dunque le scienze empiriche hanno ad oggetto il finito, la filosofia ha per contenuto l’infinito. Tuttavia, qual è la vera filosofia? E quante filosofie esistono?

La filosofia, ha detto Hegel, è la riflessione consapevole e concettuale della verità della realtà, cioè della sua razionalità; ma questa riflessione si snoda nel tempo; la riflessione consapevole è un processo che si svolge per gradi, per tentativi ed errori, lungo la storia. Perciò le filosofie storicamente formulate sono momenti di quell’unico processo, momenti di un’unica filosofia, o meglio, i tentativi messi in opera dallo spirito umano per giungere alla pienezza della riflessione razionale. In questo senso la filosofia è essa stessa "storia della filosofia"; ossia il Pensiero, proprio mentre si svolge storicamente e diventa realtà, si dispiega e diventa anche pensiero di e su quella realtà, secondo un piano di sviluppo progressivo nel tempo.

Questa forma (della storia della filosofia) presenta i gradi di svolgimento dell’Idea come una successione accidentale e una semplice diversità dei principi e dei loro svolgimenti nei rispettivi sistemi filosofici. Ma l’artefice di questo lavoro di millenni è quell’Uno Spirito vivente, la cui natura pensante consiste nel recarsi alla coscienza ciò ch’esso è, e, fatto di questo il suo oggetto, sollevarsi piú su e costruire in sé un grado piú alto. La Storia della filosofia mostra, da una parte, che le filosofie, che sembrano diverse, sono la medesima filosofia in diversi gradi di svolgimento, dall’altra che i principi particolari, di cui ciascuno è a fondamento di un sistema, non sono altro che rami di un solo e medesimo tutto. La filosofia che è ultima nel tempo, è insieme il risultato di tutte le precedenti e deve contenere i principi di tutte: essa è perciò... la piú sviluppata, ricca, concreta.

(Encicl.)

Tale "ultima" filosofia, che Hegel riteneva fosse la propria, doveva presentarsi come un vero e proprio sistema totale. Se il reale è razionale e il razionale è reale, ciò significa, per lui, che come l’universo è organizzato in un sistema in cui tutte le parti sono razionalmente collegate, cosí anche la filosofia, che costituisce la "lettura" della trama razionale del mondo, deve configurarsi in sistema nella forma di una enciclopedia delle scienze filosofiche in cui risultino armonicamente collegati tutti gli aspetti del filosofare. E poiché la "realtà" è costituita da Pensiero che si fa Natura e si concreta nell’Uomo, quel sistema si articolerà, parallelamente, in tre parti:

1. La Logica, la scienza dell’Idea in sé e per sé. 2. La Filosofia della Natura, come la scienza dell’Idea nel suo alienarsi da sé. 3. La Filosofia dello Spirito, come scienza dell’Idea, che dal suo alienamento ritorna in sé.

(Encicl.)

Non ci soffermeremo sulla trattazione della Logica, i cui elementi essenziali sono quelli già delineati nella Scienza della Logica. Ricorderemo solo che qui la logica viene definita

la scienza dell’idea pura, cioè dell’idea nell’elemento astratto del pensiero. Si può ben dire che la logica sia la scienza del pensiero, delle sue determinazioni e leggi: ma il pensiero come tale costituisce solo la caratteristica generale o l’elemento in cui l’Idea è in quanto logica. L’Idea è il pensiero non come alcunché di formale, ma come la totalità che si svolge nelle sue peculiari determinazioni e leggi, le quali esso si dà da se stesso, e non già le ha semplicemente e trova in sé.

(Encicl.)

In sostanza qui Hegel ribadisce l’identità di logica (studio delle leggi del pensiero che pensa il reale) e metafisica (studio delle leggi che regolano e strutturano la realtà nel suo divenire).

In modo conforme a queste spiegazioni, i pensieri possono essere chiamati pensieri oggettivi La logica coincide perciò con la metafisica, con la scienza delle cose poste in pensieri, i quali pensieri per ciò appunto si tennero atti ad esprimere le essenze delle cose. Infatti mentre il pensiero cerca di farsi un concetto delle cose, questo concetto... non può consistere di caratteri e relazioni che siano estrinseci ed estranei alle cose.

(Encicl.)

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